Oh, che sorpresa incredibile! I prezzi del petrolio sono impazziti dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno deciso di giocare a “chi colpisce più duro” contro l’Iran. E, ovviamente, il Brent ha fatto un balzo da record a un nuovo massimo annuale con un +9,3%, arrivando a quei modici 79,40 dollari al barile. Anche il West Texas Intermediate, non volendo essere da meno, segue la scia con un elegante balzo oltre il 9% fino a 73,10 dollari.
Donald Trump, dal suo insolito santuario, ci rassicura urlando che questa “overwhelming military offensive”, alias Operation Epic Fury (nome da videogame, davvero ispirato), continuerà fino a che gli obiettivi americani non saranno raggiunti. Nel frattempo, Israele ha deciso di dare una rinfrescata alle sue capacità con nuovi attacchi mirati contro l’Iran e il Hezbollah in Libano, ovviamente la domenica sera, per tenere alto il livello di adrenalina regionale.
Non paghi, gli iraniani si sono messi a rispondere colpiscono obiettivi militari e infrastrutture in vari paesi limitrofi, creando così un curioso balletto di fuoco e fiamme che tutti guardano con un certo interesse, soprattutto economico.
Il prezzo del petrolio: un’arte marziale tra politica e inchini diplomatici
Nel frattempo, come se tutti fossero ciechi di fronte al palcoscenico delle distruzioni, la fornitura globale di petrolio si ritrova sotto una lente d’ingrandimento degna di un thriller. Amrita Sen, fondatrice di Energy Aspects, ci illumina via CNBC con la sua saggia previsione: il prezzo potrebbe stabilizzarsi intorno agli 80 dollari per un bel po’ di tempo. Che sollievo, eh?
Peccato che la vera minaccia, a quanto pare, non sia una chiusura totale dello stretto di Hormuz – attraverso cui passa quel 20% del petrolio mondiale, roba da poco – ma piuttosto quelle simpatiche “attacchi isolati” a navi che osano attraversare la zona. Come se garantire il passaggio sicuro di tanker fosse così facile… Ma, attenzione, gli Stati Uniti e Israele hanno la supremazia militare per impedire il blocco completo, quindi tranquilli, ci penseranno loro a tenere aperto il rubinetto del petrolio.
A complicare la vita dei nostri eroi militari ci pensa la realtà: colpire ogni singola imbarcazione sospetta è un’impresa “impossibile”. Nonostante abbiano avvertito i loro clienti – immagino con un gentile “state attenti!” – la situazione resta a dir poco delicata.
Finora, dopo che tre super tanker sono stati “visitati” durante il weekend, gli speditori stanno perennemente sul chi vive, arrancando per evitare incidenti diplomatici navali che potrebbero trasformare il Mediterraneo in un acquario di fiamme e petrolio.
Il vero problema, però, come sottolinea la Sen, è un enigma che neanche la più brillante intelligenza asiática riesce a risolvere: come far arrivare il petrolio dei paesi mediorientali (che include Oman, UAE, Arabia Saudita, Iraq, Iran e Kuwait) fin dove serve senza passare per lo stretto incriminato?
Ci rassicura che ci sono valide alternative, tipo alcune rotte attraverso Oman e gli Emirati Arabi e persino la miracolosa East-West pipeline dell’Arabia Saudita che si apre come un portone verso il Mar Rosso. Ma anche qui, diciamolo, nemmeno un mago potrebbe spostare più di 5 milioni di barili senza intoppi, lasciando un bel po’ di petrolio “intrappolato”, circa 10 milioni di barili, nel bunker dello Stretto di Hormuz.
E qui arriva la parte da brivido: se colpissero qualche infrastruttura chiave, il prezzo potrebbe sfondare quota 100 dollari al barile. Niente di che, solo l’equivalente di rimettere benzina non in euro, ma in diamanti grezzi. Un vero affare.
Insomma, la posta in gioco è altissima, ma per fortuna qualcuno veglia su di noi, sperando che tra attacchi e contromosse, il prezzo del petrolio diventi l’ennesima battaglia di quella che ormai sembra la più lunga guerra di nervi della storia moderna. E noi, poveri consumatori, non vediamo l’ora di pagare salato per ogni litro al distributore, sostenendo così i costosissimi giochi di potere in salsa mediorientale.



