Questa stagione degli utili delle big pharma europee ha mostrato risultati che oscillano tra un roboante +7% e un modesto -3%, anche se nessuno sembra davvero interessarsene. Strano, vero? Forse perché il vero spettacolo comincia guardando oltre il consuntivo, ossia verso il 2026, che si profila come l’anno cruciale dopo un 2025 da far impallidire chiunque, quando finalmente si concretizzeranno gli effetti delle cosiddette novità introdotte lo scorso anno.
Greg Graves, Senior Partner di McKinsey, ci illumina con la sua brillante analisi parlando con CNBC:
“Il 2025 è servito a comprendere le regole del futuro gioco… Quello che vedremo nel 2026 è come queste aziende metteranno effettivamente in pratica quanto hanno concordato, specialmente sui contratti siglati con l’amministrazione Trump.”
A parte queste magiche strette di mano politiche, le industrie farmaceutiche sono alle prese con un problema noto e temuto: la cosiddetta “scogliera dei brevetti”. In pratica, i farmaci più venduti al mondo stanno per perdere l’esclusiva in mercati chiave, esponendosi così alla concorrenza spietata di generici molto meno costosi. Spiacevole, vero?
La cura è nel futuro: tutti a parlare di pipeline
Come fa un’azienda a non cadere nel baratro quando i suoi cavalli di battaglia vengono spolpati dalla concorrenza? Facile: si parla spudoratamente dei loro “pipeline” di nuovi farmaci, che adesso sono esibiti come se fossero trofei di un guerriero vittorioso, per rassicurare i poveri azionisti che tutto andrà a gonfie vele, nonostante il disastro dietro l’angolo.
Graves lo riassume senza peli sulla lingua:
“Con l’entità delle perdite di brevetto che ci aspettano, si sente sempre di più l’ottimismo per il futuro, più che la preoccupazione per il presente.”
Prendiamo ad esempio Novartis: il CEO Vas Narasimhan si presenta dalla trasmissione Squawk Box Europe annunciando che solo nella prima metà dell’anno perderanno ben 4 miliardi di vendite e quasi altrettanti in profitti. Niente male come tragedia economica, vero? Naturalmente, tutto questo è giustificato con uno squillante “la più grande perdita di esclusività nella storia di Novartis”. Brividi.
Subito dopo, però, ci tranquillizza spiegando che grazie a “forti driver di crescita” e “un pipeline solido” sono comunque in grado di crescere. Non c’è dubbio che il marketing abbia fatto passi da gigante.
Quanto a AstraZeneca, il loro stato d’animo non è da meno: confidano in ben 25 nuovi farmaci blockbuster da qui al 2030, sperando di raggiungere ricavi da capogiro di 80 miliardi, su un precedente record di 59 miliardi nel 2025.
Per rendere tutto più serio e meno da baraccone, queste grandi aziende sbandierano le loro “strategie di sviluppo commerciale” puntando sempre più su fusioni e acquisizioni, come fosse la bacchetta magica per trovare il prossimo farmaco miracoloso.
Parole di moda come “strategic fit” e “bolt-on deals” (acquisizioni complementari) sono il mantra quotidiano dei CEO affamati. Alcuni, come ci rivela Camilla Oxhamre, gestore portafoglio di Rhenman & Partners, preferiscono gli acquisti piccoli e precoce-stadio, mentre altri aspirano a colpi più grossi, magari quando il farmaco è quasi pronto per uscire dal laboratorio.
Chiaramente, sviluppare un farmaco internamente è una corsa campestre rispetto all’affannosa spesa per acquisizioni che riescono a far arrivare i risultati in tuffo. Peccato che questo percorso non sia privo di drammi umani: vedi la picconata alla carriera di Paul Hudson, ex CEO di Sanofi, liquidato dopo sei anni di regno in cui le sue scommesse su Ricerca e Sviluppo hanno prodotto… criceti che giravano dentro la ruota.
Sanofi ha preferito tacere sulla partenza improvvisa di Hudson, limitandosi ad annunciare l’ingresso di Belén Garijo da Merck KGaA, destinata a “rafforzare la produttività, la governance e la capacità innovativa della R&S”. Tradotto: la nuova boss ha la missione di far sembrare al mondo che si sta facendo sul serio.
Non si scherza con Dupixent, il farmaco blockbuster per l’asma di Sanofi che porta in dote più di un terzo delle vendite, ma che perderà le sue fatidiche protezioni brevettuali all’inizio degli anni ‘30. Un problema non da poco, ovviamente.
La Cina, la nuova star del business
Mentre il gioco delle acquisizioni si fa incalzante, la Cina spunta come la nuova Eldorado per le aziende farmaceutiche. Non più la solita terra lontana e misteriosa, ma una realtà concreta e fervente di innovazione, tanto che diverse compagnie hanno siglato accordi con aziende cinesi per mettere le mani su asset innovativi sviluppati nella seconda economia mondiale.
Oxhamre non ha dubbi: dieci anni fa sarebbe stato quasi un tabù, oggi è routine. Tutto perché, dice lei, il mercato di sbocco più invitante ora è quello degli Stati Uniti, con l’Europa che arriva seconda. Ma fra un decennio?
“Molti ritengono che fra dieci anni l’ultimo mercato sarà probabilmente quello degli Stati Uniti e della Cina.”
Sintonizzatevi, perché in questo magnifico teatrino globale delle multinazionali farmaceutiche, il prossimo atto promette colpi di scena degni di un thriller: tra brevetti a rischio, pipeline strapiene di promesse stellari e nuovi padroni del gioco a Oriente, non si può non restare incollati alla scena.
La performance azionaria delle più grandi aziende farmaceutiche europee nell’ultimo anno è stata un vero e spettacolo degno di un reality di bassa lega: alcuni hanno brillato, altri sono sprofondati nel ridicolo, e tutti abbiamo potuto ammirare il balletto senza fine delle strategie. Nel frattempo, il dibattito ha fatto un salto di qualità: non si parla più solo della Cina come semplice mercato emergente, ma addirittura – tenetevi forte – come fonte di innovazione. Una svolta epocale, grazie al cielo.
Graves ci ha spiegato con tutta la sua saggezza: “Quello che si sente, soprattutto da inizio anno (e anche da fine anno scorso), è uno sforzo concertato per cercare innovazione direttamente dalla Cina e ottenere una presenza decente nel mercato.” Tradotto: le aziende hanno finalmente capito che la Cina non è solo un grande mercato consumistico, ma forse – dico forse – una fabbrica di speranze e potenzialità. Che novità.
Le aziende ora stanno usando la Cina come una piattaforma per testare i farmaci in maniera “rapida”. Ovviamente perché i cicli dello sviluppo clinico o della scoperta sono molto più veloci là rispetto a Europa o Stati Uniti. Ah, la velocità: quella cosa che in Europa abbiamo dimenticato fa secoli.
Il dibattito sui prezzi cambia forma (ma non sostanza)
Come dimenticare il mitico “Most Favored Nation” (MFN), la minaccia di pricing farmaceutico tanto cara a Donald Trump? Quella crisi che avrebbe potuto cambiare il mondo ma, sorpresa sorpresa, oggi è un po’ meno rovente. O forse solo sopita in attesa della prossima puntata.
Il mercato si arrovella su una domanda epocale: le aziende farmaceutiche si metteranno a ritardare i lanci in Europa per evitare di dover adeguare i prezzi alle tariffe più basse cogli Stati Uniti? Oppure, in una svolta geniale, adotteranno un modello di prezzo unico, anche a costo di sacrificare l’accessibilità in alcuni mercati? Intrigante dilemma.
Graves ammette senza remore: “Non sappiamo come andranno a finire queste mosse, ma ogni azienda sulla quale ho messo gli occhi sta riflettendo intensamente su queste opzioni.” Non serve una laurea per immaginarlo, ma è bello che ce lo confermi.
Aradhana Sarin, la CFO di AstraZeneca, si è subito affrettata a puntualizzare:
“La vera sfida, soprattutto con il lancio di nuove medicine, sarà definire la strategia di pricing giusta. Ce lo dovremo mettere in testa.”
Altro mistero degno di un film di suspense: quanto sono sensibili al prezzo i clienti nel mercato diretto al consumatore, specialmente per i farmaci anti-obesità? Secondo Simon Baker, analista di Rothschild & Co Redburn, non c’è una risposta chiara. “In genere in farmaceutica abbassare il prezzo di un farmaco per il cancro ai polmoni non fa aumentare le vendite, semplicemente riduci il fatturato.” Quindi niente miracoli nemmeno qui.
Il business dell’obesità: una bolla che nessuno vuole far scoppiare
Il prezzo dei farmaci per la perdita di peso basati su GLP-1 è ancora il tormentone preferito dagli investitori, ma eccoci al giochino preferito: l’obesità non è un indicatore affidabile dello stato di salute generale dell’industria farmaceutica. Per fortuna! Sennò sarebbe tutto politicamente scorretto.
Strano, eh? Uno spazio diventato più mercato consumer che medico. Oxhamre aggiunge che, nonostante questo stia succedendo, le altre case farmaceutiche sono ancora molto limitate nell’esposizione diretta al consumatore. Un po’ come entrare in una discoteca vip, ma con le scarpe da ginnastica.
Ma non temete, l’invasione è solo all’inizio. Novo Nordisk e Eli Lilly, i due giganti del settore, vedono spuntare una concorrenza che cresce come funghi dopo la pioggia. AstraZeneca sta spingendo il suo GLP-1 elecoglipron verso le fasi finali di sperimentazione, mentre Roche si auto-proclama prossima top player con una nutrita schiera di trattamenti in cantiere.
Negli USA, Pfizer ha fatto la sua mossa comprando Metsera e Amgen sta sviluppando MariTide, un’iniezione mensile che si suppone possa risultare perfetta per il mantenimento del peso. Insomma, una giungla affollata di ambizioni.
In questo teatro affollato, le aziende fanno del loro meglio per distinguersi l’un l’altra. Il mantenimento del peso è la nuova musa ispiratrice, visto che la scienza sciorina dati implacabili: chi smette di prendere questi farmaci tende puntualmente a riguadagnare tutto. Chi l’avrebbe mai detto!
Tra le armi più apprezzate? La comodità, naturalmente. Perché farsi punturare se puoi semplicemente ingoiare una pillola? Ancora una volta, Novo Nordisk presenta la sua pillola Wegovy come il futuro preferito dai consumatori pigri. O ops, volevo dire “attenti alla tollerabilità” e “non serve refrigerazione”. Semplice, pratico e — speriamo — meno indigesto.
Ovviamente, GLP-1 significa anche una bella lista di effetti collaterali, principalmente gastrointestinali. Pertanto, un profilo di tollerabilità migliorato è il santo graal: alcune aziende stanno lavorando su trattamenti che agiscono su altri ormoni intestinali per offrire malattie correlate (e speriamo pure un po’ di sollievo dai crampi).



