Presidente della Fed nel mirino per l’acquisto di palazzi costosissimi: ma chi glielo ha fatto fare?

Presidente della Fed nel mirino per l’acquisto di palazzi costosissimi: ma chi glielo ha fatto fare?

Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump le novità istituzionali non finiscono mai di stupire, o forse meglio di inquietare. Non passa settimana senza che venga varcata qualche nuova, immaginaria linea rossa. L’ultima trovata di questa soap americana è un’indagine del Dipartimento di Giustizia sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. A cosa si deve tanta attenzione? Al progetto da 2,5 miliardi di dollari per ristrutturare gli edifici della banca centrale, che lo stesso tycoon aveva bollato come “esagerato”. Sì, avete letto bene: si passa dagli scontri verbali a un’indagine giudiziaria, roba mai vista prima d’ora nella storia degli Stati Uniti. Powell, che non sembra proprio un fan della situazione, ha alzato la voce denunciando che in gioco c’è l’indipendenza della politica monetaria americana.

Jerome Powell ha dichiarato:

“La minaccia di un’incriminazione nasce dal fatto che la Federal Reserve decide i tassi d’interesse basandosi sulla valutazione migliore di cosa serve al paese, non sulle preferenze del presidente.”

In modo più esplicito, ha aggiunto che è una questione di libertà: o la Fed continuerà a gestire i tassi in base all’economia reale, oppure dovremo rassegnarci a vederla schiava di pressioni politiche e intimidazioni. Ovviamente, Powell bolla l’indagine come un mero “pretesto” e invita a leggere il tutto nel quadro delle continue minacce e pressioni da parte della Casa Bianca di Trump. Una sceneggiata degna di un film di serie B, ma purtroppo reale.

Da mesi ormai il presidente non fa mistero del suo fastidio per Powell, reo di non abbassare i tassi d’interesse a piacimento della Casa Bianca. Anzi, si era arrivati al punto che si parlava apertamente – sebbene poi non realizzato – di licenziare il capo della Fed: un’idea rivoluzionaria, visto che un simile licenziamento non è mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Ovviamente, Trump ha subito negato ogni coinvolgimento nell’indagine, liquidando con un’ironia sguaiata la competenza di Powell con queste parole: “Non ne so nulla, ma di sicuro non è molto bravo né alla Fed né a costruire edifici.” Davvero un complimento sopra le righe, se vogliamo.

Naturalmente, la degenerazione dello scontro ha acceso qualche campanello d’allarme tra i fedelissimi del presidente. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha confessato a Trump che questa indagine rischia di scatenare il caos sui mercati e compromettere un passaggio di consegne già delicato. Un passaggio che riguarda proprio Powell, il cui secondo mandato, iniziato nel 2017 con la sua nomina da parte di Trump, scadrà a maggio. La speranza era che, nominando un sostituto prima, Powell avrebbe lasciato senza creare problemi. Invece, con l’indagine, è diventato “irremovibile”. Insomma, il gioco si fa duro e le conseguenze istituzionali non promettono nulla di buono.

Anche all’interno del Partito Repubblicano si respira un certo malumore, ma come al solito, non mancano i cori da stadio a favore del presidente. Se rimangono dubbi sull’escalation di un conflitto che rischia di minare la stabilità finanziaria e istituzionale degli Stati Uniti, è solo perché i protagonisti sembrano decisi a trasformare l’America in un set permanente di drammi politici, dove ogni giorno c’è un nuovo episodio da seguire, tra intimidazioni e autoesaltazioni.

L’incredibile attacco alla Federal Reserve e le sue conseguenze

Da quando un presidente considera normale mettere sotto indagine il governatore della banca centrale, abbiamo davvero superato ogni limite del decoro istituzionale. La Federal Reserve è nata proprio per evitare che i capricci di turno di un politico influenzino scelte economiche che dovrebbero essere, per definizione, il più possibile distaccate da logiche di corto respiro. Eppure, oggi, con Trump, quella linea sottile viene costantemente calpestata per vendette personali, battaglie di potere e qualche show mediatico ben orchestrato.

Più che un conflitto istituzionale, si tratta di una partita di scacchi scaduta nel cabaret tragicomico, dove la posta in gioco è la credibilità internazionale degli Stati Uniti. La comunità finanziaria internazionale si guarda intorno sbalordita, chiedendosi se dietro l’indagine non si nasconda altro: una volontà di intimidire, un modo per trasformare la politica monetaria in un terreno di lotta politica spicciola, o peggio ancora un’occasione per distrarre l’attenzione da problemi interni più grandi.

E mentre tutti sono impegnati a commentare questa pagina incredibile della politica americana, i cittadini comuni si ritrovano a fare i conti con mercati ballerini, economie fragili e un futuro sempre più incerto. L’indipendenza della banca centrale non è solo un dettaglio per burocrati, ma uno dei pilastri portanti della stabilità di un intero sistema economico e sociale. Se questo principio viene messo in discussione da ritorsioni politiche, allora davvero c’è da preoccuparsi per il futuro.

Che sorpresa, dentro l’amministrazione Trump qualcuno avrebbe addirittura osato mettere in dubbio l’indipendenza della Federal Reserve. Il senatore Thom Tillis, repubblicano tutto d’un pezzo, membro della commissione Banche del Senato, non ha avuto mezzi termini: “Quei consiglieri che spingevano per la fine dell’autonomia della Fed adesso sembrano spariti nel nulla”. Non proprio un complimento.

Buon per lui, Tillis ha deciso di alzare ancora di più l’asticella, arrivando a sospettare pure sul ruolo del Dipartimento di Giustizia. Sempre lui su X (che gli fa da megafono): “È a rischio la credibilità e l’indipendenza” di tale istituzione. E siccome il senatore ha già annunciato che lascerà la politica alla fine di questa legislatura, ha anche promesso una specie di boicottaggio formale: si opporrà senza pietà alla conferma di qualsiasi nominato alla Fed, compreso il nuovo presidente, finché questa “questione legale” non sarà risolta.

E qui veniamo al colpo di scena: il voto di Tillis potrebbe essere determinante in una commissione che vanta un margine risicato, ben 13 repubblicani contro 11 democratici. Proprio nel momento più delicato, quello del cambio alla guida della banca centrale. Il secondo mandato di Jerome Powell, primo nominato da Trump nel 2017, finirà a maggio. È atteso con ansia l’annuncio del successore, il quale potrebbe essere nientemeno che Kevin Hassett, attuale consigliere economico nella Casa Bianca. Costui non si è certo tirato indietro: durante un’intervista alla Cnbc, ha sparato a zero contro l’edificio della Fed, definendolo “enormemente più costoso di qualsiasi altro edificio nella storia di Washington”. Probabilmente una candidatura di tutto rispetto.

Anche alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani sembrano abbagliati dalla novità dell’indagine penale. Un pezzo grosso del partito, rimasto anonimo, ha detto perentorio: “Fin dove sono disposti a spingersi per ottenere tutto con la forza? Questa amministrazione sta davvero fissando standard che non potrà mai mantenere e che ci perseguiteranno per generazioni”. Sì, avete capito bene, la vittima siamo noi, naturalmente.

Mentre il fronte democratico non perde tempo, Elizabeth Warren si scatena contro Trump: “Sta facendo abuso della legge in pieno stile aspirante dittatore affinché la Federal Reserve lavori per lui e i suoi amici miliardari. Il Senato non deve approvare NEANCHE UN nominato di Trump alla Fed”. Energica, e non poteva essere altrimenti.

Scontri non solo su Powell

Non è solo Powell il bersaglio preferito. Negli ultimi mesi Trump ha trasformato in suo passatempo preferito fare la guerra ad altri membri del consiglio della Fed. Tra questi spicca Lisa Cook, prima donna afroamericana a sedersi nel board, accusata dal presidente di frode legata a un mutuo. Naturalmente accuse mai dimostrate, ma che hanno comunque portato Cook a fare ricorsi fino alla Corte Suprema. Udienza prevista per il 21 gennaio, ma intanto la Corte ha deciso che rimarrà al suo posto. Promosso il gioco delle ombre e delle mele marce, dunque.

Mercati in fibrillazione, l’oro vola

I mercati non hanno avuto bisogno di troppo tempo per captare la gravità del guazzabuglio. Subito dopo la notizia dell’indagine penale, oro e argento hanno fatto i salti mortali raggiungendo record mai visti. L’oro a consegna immediata ha sfondato il muro di 4.578,84 dollari l’oncia, con il contratto Comex di febbraio a quota 4.585,70 dollari. Ma è l’argento a regalare il colpo di scena: consegne a marzo superano gli 84 dollari l’oncia, con un balzo superiore al 6%. Tutto merito di una crescente corsa a beni rifugio, mentre le istituzioni si scontrano in una lotta più spietata che mai.

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