Premier ammaccato per aver osato mettere in riga Trump sulla Groenlandia

Premier ammaccato per aver osato mettere in riga Trump sulla Groenlandia

Che gioia per la Danimarca e ancor più per la sua premiere, Mette Frederiksen, leader dei Socialdemocratici: dopo una campagna elettorale degna di un romanzo d’appendice, con il costume da salvatore della patria e le minacce del presidente USA Donald Trump di “annettare” la Groenlandia a fare da sfondo, la sinistra ha ottenuto un risultato che si può definire, per usare un eufemismo, meno che trionfale.

I Socialdemocratici, che sembrano più “social” per gli album di figurine che per i voti presi, si sono aggiudicati appena 38 seggi su 179 nel parlamento danese, perdendo ben 12 seggi rispetto al risultato di quattro anni prima. Un vero bagno di sangue elettorale che segna il peggior risultato di questo partito dal lontano (e oggi simpaticissimo) 1903. Nel complesso, quella che si definisce la coalizione di sinistra o “blocco rosso” ha racimolato 84 seggi, sei in meno della maggioranza assoluta.

Il tanto temuto “blocco blu”, invece, si è fermato a 77 seggi, avvicinandosi pericolosamente alle posizioni di potere. La trovata clou è però che i “moderati” al centro destra, guidati dall’ex premier e attuale ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen, contano 14 seggi e sembrano ora i nuovi “kingmakers”, ossia quelli che decideranno davvero chi porterà la coroncina a casa.

Lo stesso Rasmussen, con la sua tipica ironia da politico di professione, ha così invitato i contendenti a non disperdersi ai lati del campo:

“Stiamo nel centro. Non fate gli sprinter verso le bandierine agli angoli. Il gioco interessante si gioca qui, nel mezzo. Venite a giocare con noi.”

Nel frattempo, Mette Frederiksen ha ammesso candidamente che formare un governo sarà “difficile”, tentando di minimizzare la batosta attribuendola alle circostanze drammatiche degli ultimi anni, tra guerre, minacce esterne e quant’altro. A chi la critica ha perso voti dice quasi con uno sguardo pietoso:

“Abbiamo dovuto affrontare la guerra, siamo stati minacciati dal presidente americano e in quasi sette anni abbiamo perso solo 4 punti percentuali, penso che sia più che accettabile.”

Resta il fatto, da evidenziare con l’inchiostro simpaticamente rosso, che la politica danese ha deciso di intraprendere un viaggio elettorale nel caos internazionale con l’ombra enorme della Groenlandia, territorio autonomo danese, al centro di una contesa geopolitica che avrebbe dovuto essere più che centrale ma, stranamente, non ha sconvolto l’umore elettorale.

La Groenlandia e la geopolitica che non infiamma

Chi si aspettava che la Groenlandia e il desiderio quasi ossessivo di Trump di farla sua fossero i temi caldi delle elezioni si è dovuto ricredere. Troppo complicato, forse poco trendy. Le vere star della campagna sono state questioni domestiche come la qualità dell’acqua potabile, il benessere degli animali e, ovviamente, i prezzi di cibo e carburante, argomenti sì popolari, ma che hanno tirato fuori il lato meno brillante dei Socialdemocratici.

Lykke Friis, direttrice del think tank “Europa” in Danimarca, sintetizza con candore:

“Il destino della Groenlandia e la posizione di Copenhagen sull’invasione russa dell’Ucraina non hanno giocato alcun ruolo. Gli elettori hanno pensato piuttosto a cose più terrene: l’acqua da bere e il benessere animale, temi sui quali i socialdemocratici non brillano.”

Un piccolo merito, però, va riconosciuto a Frederiksen: vincere tre elezioni consecutive nel vortice della politica europea è roba da record, nonostante ora sembri una campionessa malconcia con qualche livido qua e là.

Trump, Groenlandia e il braccio di ferro americano

La Groenlandia è finita al centro di una tempesta geopolitica all’inizio di quest’anno grazie al solito estro dell’ex tycoon Donald Trump, che non ha mai nascosto la sua “passione” per quella gelida isola circondata da ghiacci e ricchezze naturali. Il presidente americano ha rilanciato il suo vecchio desiderio di acquisire il territorio, giustificandolo con mille motivazioni, tra cui la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con una spolverata di timori per l’influenza di Russia e Cina nell’Artico.

Questa finta serenata americana ha messo a dura prova i nervi della NATO e del mondo intero, con Mette Frederiksen che ha sentenziato che l’ordine mondiale, per come lo conosciamo, era finito. Ma, come spesso accade in politica, le parole giuste sono quelle che fanno rumore e poi si sgonfiano: alla fine, Trump ha “calmato le acque” e ha jonglato con un “framework di un accordo futuro” che, sotto sotto, potrebbe accontentare gli interessi americani senza azzannare direttamente la Groenlandia.

Nel frattempo, però, il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha definito questa tornata elettorale come la più importante nella storia dell’isola, ricordando “con amore” che il territorio vive un momento tutt’altro che rilassato, con una superpotenza che tenta di comprarsi, prendere e controllare.

Se questo non è un ribaltone epocale che dovrebbe far discutere, allora stiamo davvero tutti bevendo acqua catalana al posto di quella danese.

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