Sempre secondo queste fantasiose narrazioni, quei poveri malcapitati sarebbero stati costretti a versare tangenti quotidiane – sì, quotidiane – che oscillerebbero tra i 100 e i 200 euro, più qualche consegna di droga, come se fosse un abbonamento mensile per potersi vendere con serenità. Il tutto raccontato, con dovizia di dettagli commoventi, dagli avvocati della vittima, Debora Piazza e Marco Romagnoli, che si sono dedicati con passione a raccogliere la lista dei “beneficiari” di questo elegantissimo pizzo e che hanno gentilmente fornito un elenco di nomi da interrogare alla Procura di Milano e alla squadra mobile.
Naturalmente, all’ascolto di queste testimonianze sarà riservata la solita cortesia e il classico rispetto che si da ai pusher delle periferie: ovvero il vaglio scrupoloso per stabilirne l’attendibilità, visto che c’è sempre qualcosa che non quadra, come la provenienza del racconto e la pratica consolidata di mescolare verità e invenzione.
Uno dei resoconti più gustosi spiega che il nostro agente non si presentava agli amici e clienti con il suo santo nome, ma si faceva chiamare “Luca”. Geniale! Uno pusher ha addirittura riferito di aver dovuto consegnare nove euro in moneta, perché non aveva altro contante a disposizione. Insomma, trattative di livello con un’esclusiva di nuance economiche.
Il medico legale e il ritardo che uccide
Mentre il sipario sullo scandalo sembra non voler calare, arriva il colpo di scena da parte del medico legale Michelangelo Bruno Casali, che collabora come consulente per gli avvocati della famiglia del povero Mansouri. Ecco il dettaglio che ribalta ogni certezza: se solo fosse stato chiamato il 118 subito, non entro 23 minuti, ma appena il colpo è stato sparato, forse la vita del giovane marocchino avrebbe avuto una chance, quella di un “forse” purtroppo velenosissimo.
Casali ha partecipato all’autopsia condotta da Cristina Cattaneo e ha messo in chiaro che Mansouri è morto fra atroci sofferenze, dovute a una massiccia emorragia che avrebbe potuto essere fermata con un intervento tempestivo. Se poi volessimo farci un giro nell’agonia raccontata, basta rileggerci le parole di Cinturrino al pm Giovanni Tarzia, che ha ben descritto l’agonia del giovane come un film dell’orrore.
Quel ritardo nei soccorsi – l’inequivocabile dramma dei classici 23 minuti dopo il colpo di pistola – potrebbe non essere solo un dettaglio medico, ma diventare una carta pesante sia in tribunale sia nelle richieste di risarcimento che i familiari di Mansouri potrebbero rivolgere contro la macchina della giustizia e la polizia, quando si manifesta nelle sue peggiori forme di inefficienza o, perché no, peggio ancora.



