«Elettro…shock», così recitava martedì il cartello sventolato dai coraggiosi lavoratori dell’Electrolux. Un messaggio che riassume splendidamente il gelido bagno d’acqua fredda rappresentato dagli esuberi annunciati dalla multinazionale svedese degli elettrodomestici. Se vi sembra solo un altro capitolo della solita storia delle delocalizzazioni, siete troppo ingenui: qui si parla di un vero e proprio tracollo di competitività che affonda le radici dietro le fabbriche di mezza Europa, con un effetto domino che travolge anche il Belpaese. Dall’industria del bianco a quella automobilistica, passando per il mondo della moda e persino i call center, un esercito di quasi 62mila lavoratori è coinvolto in ben 43 tavoli ministeriali attivi e altri 33 in monitoraggio, tutti sotto la sapiente guida del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. E ovviamente, per dare un tocco di suspense, i 1.700 dipendenti di Electrolux sono ancora ufficialmente fuori dal conteggio perché il caso verrà affrontato solo la prossima settimana a Roma. Per chi fosse interessato, in questo triste elenco compaiono nomi illustri come Acciaierie d’Italia, Beko, Callmat, Conbipel, Jsw Steel (ex Lucchini), Natuzzi, Original Marines e Peg Perego. Ad oggi, i numeri sono una deliziosa giostra dell’assurdo: in calo rispetto agli 80mila addetti in bilico del 2022, ma in crescita rispetto ai 58.642 di dodici mesi fa. Una montagna russa di disoccupazione in divenire.
La solita minestra riscaldata della reindustrializzazione
Le trattative per placare la maledizione industriale procedono allegre seguendo i soliti schemi collaudati da anni: reindustrializzare, cambiare la missione produttiva come se fosse un cambio d’abito, attirare nuovi investitori spesso tanto misteriosi quanto risolutivi e, ovviamente, contare sull’immancabile contributo pubblico (perché i soldi dei contribuenti arrivano sempre, soprattutto quando poi se ne parla poco). Dal 2022, questa miopia virtuosa ha interessato 380 siti produttivi, con 283 ancora in gioco. Prendiamo un esempio dal vasto repertorio: a Melfi, nel cuore dell’automotive, la soluzione “geniale” per Pmc e Brose prevede di trasformare i lavoratori da eroi dell’auto a paladini dei lavori pubblici. Non si sa bene come, ma suona meglio di un licenziamento diretto. Poco distante, Venator nel polo chimico di Scarlino, vedrà una società italiana – vedi tu l’arcano miracolo – che garantirà lavoro a 200 persone. A un tiro di schioppo, il sito Whirlpool di Siena languisce nel limbo, mentre il comparto continua a essere dichiarato “strategico” per l’Europa del futuro, parola di qualcuno che evidentemente non ha il privilegio di soffrire la crisi in prima persona.
Un po’ di confusione tra acquisizioni e ricapitalizzazioni
Nel vortice delle riconversioni aziendali, l’aerospazio ha visto il gruppo Dema passare di mano da Napoli a Brindisi, con il gruppo Adler che ha gentilmente messo la firma sull’acquisizione. Si può tirare un sospiro di sollievo, almeno per un po’. In Piemonte, invece, il dramma si chiama Diageo: lo storico stabilimento Cinzano è passato a una società italiana con un nome altisonante – NewPrinces – guidata da chi ha acquisito pure Carrefour Italia. Roba da far girare la testa. Nel frattempo, la catena di negozi Coin, con i suoi 1.300 lavoratori, naviga a vista da più di un anno, aggrappata a un filo sottile che si chiama “risanamento”. La scelta? Una bella ricapitalizzazione spartita tra soci privati e Stato, ma senza un nuovo proprietario industriale pronto a rimboccarsi le maniche. Roba che fa ben sperare sul futuro, vero? Fino ad ora, nel 2026, sono stati siglati sette mirabolanti accordi per “superare” la crisi, tra cui quelli per il gruppo di oggettistica per la casa Kasanova, per lo stabilimento automotive Lear di Grugliasco e per Transnova, che coinvolge le aree di Pomigliano, Melfi e Torino.
Crisi e investimenti, un eterno controsenso
Accanto alla serie infinita di vertenze, si comincia a intravedere il tentativo, quasi eroico, di qualche voce di equilibrio che cerca di arginare questa spirale funesta. Ovviamente, nella grande danza della decrescita produttiva, c’è chi strilla che gli investimenti non si fermeranno mai, magari convinto che parole come “crisi” e “crescita” possano coesistere in armonia. Benvenuti nel teatro delle contraddizioni istituzionali ed economiche, dove ogni promessa è più fumosa dell’ultima.
In un mondo dove la politica industriale si crogiola nel suo nulla più totale, assistiamo con ammirazione al prodigioso nuovo livello di coordinamento—non tra comuni piani nazionali, non tra città o regioni, ma addirittura tra Stati europei! Non è più l’Italia a trattare da sola, ma si sforzano di costruire un dialogo stabile tra Italia e Francia, pardon, un confronto paneuropeo. L’obiettivo? Decidere come reindustrializzare, scovare investitori e, soprattutto, proteggere quei preziosi gioielli produttivi che ancora resistono, in un mondo che sembra fatto apposta per farli evaporare come neve al sole.
Naturalmente, l’idea geniale non è soltanto scambiarsi plichi di burocrazia o barbosi manuali di best practice amministrative. No, si tratta di mettere in mezzo reti industriali, contatti d’alto bordo e potenziali acquirenti pronti a investire—ma solo se il contesto energetico è meno da incubo o la meccanica si dimostra un po’ più all’avanguardia. Perché il vero nemico non è più la delocalizzazione in Europa dell’Est, dove la manodopera costa meno (una piattezza da abbandonare alla storia), ma la feroce concorrenza globale. E poi, qualcuno ha mai sentito parlare di un coordinamento serio tra Paesi dell’eurozona? No? Nemmeno noi.
Quando la crisi diventa la tecnologia del futuro… o quasi
Ah, la riconversione industriale! Questo miracoloso toccasana che dovrebbe salvarci dal disastro economico imminente. Nel momento in cui le pressioni sull’industria raggiungono vette da far cadere in ginocchio, cosa fa chi ha capito il gioco? Cerca investitori, missioni produttive su scala europea e un po’ di quel miracoloso spirito di collaborazione transnazionale che tutti fingono di volere. La dipendenza da risorse naturali rare e materie prime è come quella zia invadente alle feste: non la sopporti, ma devi conviverci. E allora perché non trasformare questa crisi in un laboratorio di integrazione industriale? Sì, è così che si parla nei Circle VIP della politica.
Prendiamo Electrolux, ad esempio. Il gigante svedese ha deciso di chiudere il suo stabilimento di Jászberény, Ungheria, entro la fine del 2026. Esito? 600 lavoratori a spasso, pronti a trovare conforto sotto i ponti di questa globalizzazione inclemente. E c’è di più: si sommano agli altri 1.700 esuberi causati dalla chiusura del sito di Cerreto D’Esi in Italia. Ovviamente, i sindacati si lamenteranno, perché è il loro lavoro, e andranno a parlare con il Mimit per cercare qualche parola di conforto. Peccato che il vero cuore del problema sia a Bruxelles, ma questo, guarda caso, è il segreto meglio custodito di tutti.



