Piotta si crede il salvatore del rap italiano che salverà il mondo dalla guerra con canzoni da cantautore

Piotta si crede il salvatore del rap italiano che salverà il mondo dalla guerra con canzoni da cantautore

Il nuovo album di Piotta, al secolo Tommaso Zanello, è appena uscito ed è già qui a ricordarci che il dramma personale può trasformarsi in arte… o in un tentativo poco velato di commozione forzata. Dopo il precedente progetto, Si riparano ricordi si presenta come un indecifrabile “ponte” tra rap e cantautorato, una definizione che suona tanto come una scusa per giustificare la trasformazione di un rapper vinto dall’età in un artista che osa strimpellare al pianoforte. Ma attenzione, il salto generazionale non è da poco: a 53 anni Piotta si vanta di essere ancora una delle “voci più originali” della scena italiana, come se fosse un premio consolatorio per non aver mai trovato una via davvero nuova.

L’album sarà presentato dal vivo in due imperdibili serate: l’11 aprile a Roma (Largo Venue) e il 17 aprile a Milano (Arci Bellezza). Se vi chiedete se si tratta del “secondo tempo” del suo lavoro precedente ’Na notte infame, ecco una risposta quasi meditata: due album fratelli, quasi gemelli, diversi ma tanto vicini… insomma, le emozioni si ripetono come una coperta stropicciata.

Piotta non ha usato il termine “fratelli” per caso, visto che tutto ruota attorno al lutto per la perdita del suo “unico fratello, Fabio“. Pare che la dipartita del congiunto abbia trasformato il suo modo di scrivere a tal punto da spingerlo dall’originario rap ritmico verso un più “profondo” cantautorato con inserti pittorici. Insomma, adesso si traveste da poeta e critico d’arte, con un pianoforte che guida malinconicamente ogni traccia, firmata dal produttore Francesco Santalucia.

Come se non bastasse, Piotta tiene a precisare di non aver mai guardato né alle mode né alle tendenze, una frase decisamente sovversiva nel mondo della musica dove adeguarsi ai trend è praticamente un requisito di sopravvivenza. “Ma io a volte le ho anticipate inconsapevolmente”, sostiene con un sorrisetto finto modesto, come se fosse stato lui il profeta di qualcosa di vagamente innovativo nel rap “solare, sarcastico e ballabile”. Peccato che i tempi di gloria siano un ricordo, ma l’importante è stare sul palco, anche nel ruolo dell’”interprete malinconico” che non osa troppo cantare per non sfigurare tra “cantanti televisivi”.

Le collaborazioni? Ah, quelle sì, sono da premio Nobel dell’amicizia: Frankie hi-nrg e Tormento, suoi compagni di jam dal lontano ’93-’94 che per la prima volta si ritrovano a incidere insieme, cercando di fondere il loro rap con la fisarmonica — quel simbolo mediterraneo che sfugge alla tanto osannata influenza afroamericana, perché l’originalità italica passa per l’accordo della fisarmonica, ovviamente.

Le chicche artistiche includono pure Simone Cristicchi, Fabrizio Bosso e Davide Toffolo: amici e artisti “variegati”, scelti non tanto per talento quanto perchè hanno il coraggio di mescolare e confondere linguaggi musicali e culturali. Toffolo, soprattutto, è simpatico per il suo legame con le origini friulane di Piotta, portando così un tocco di autenticità regionale in una musica che vuole sentirsi europea finché non si perde alla seconda nota.

Tra dolore e incerta sperimentazione

L’album, dunque, è un viaggio emotivo tra la perdita irreparabile e una nuova forma espressiva che tenta di reinventare il suono senza tradire le origini. Ma come reagisce il pubblico? Tra chi canta per professione e chi strimpella per passione, il risultato sembra più un nostalgico tentativo di restare sulla cresta dell’onda piuttosto che un vero salto qualitativo.

In un mercato dove la freschezza passa per la capacità di stupire e rompere gli schemi, il rap di Piotta si immobilizza su uno spettro emotivo ormai noto, ricorrendo a collaborazioni con nomi amati solo da un pubblico fidatissimo e leggermente vintage, quasi come un club privato per nostalgici.

Naturalmente, non manca il tentativo di autoincensarsi tramite “ponti” tra generi e stili, come se bastasse mescolare il rap con il cantautorato per regalare all’ascoltatore una sensazione di modernità e profondità. Il tutto accompagnato da pompose descrizioni di un lavoro che percorrerebbe sentieri di poesia, letteratura e persino pittura — un vero e proprio collage culturale che suona però più come un esercizio di stile che come un capolavoro.

In conclusione, Piotta continua a navigare tra ricordi e rinnovamenti con la cautela di chi sa che reinventarsi è indispensabile, pur senza dimenticare troppo quel passato che gli ha regalato la fama. Se l’intento era emozionare, forse è il momento di affinare anche la magia del live, perché tra serate a Roma e Milano il pubblico si aspetta qualcosa di più di un dolce miscuglio di rap, cantautorato e fisarmonica mediterranea.

Che splendida idea quella di invitare Simone Cristicchi, esperto cultore di Pasolini, a un programma chiamato giustamente Ecchime. Un’occasione unica per immergersi nella miscela improbabile di musica e teatro che lui sa combinare, ovviamente a fini di una “ricerca interiore” e di una “crescita spirituale”. No, non è un corso di yoga, ma il tour sold out di Franciscus, che fa impazzire l’Italia come se non ci fosse un domani.

E poi arriva la chicca: la canzone Spurio, nata da una poesia del fratello del nostro affezionato ospite, un pezzo che ostenta un’“empatia” per gli ultimi della Terra. Come resistere a tanta pietas?

La sorpresa jazz arriva invece con Fabrizio Bosso. Perché, attenzione, anche se io – chiunque io sia – non sono un jazzista, nella mia collezione di vinili non manca mai la jazz fusion, quel genere che si sposa perfettamente con il rap. Mai collaborato con un musicista jazz? Mai con uno di questo calibro? Fantastico! Il povero Siamo noi meritava di essere impreziosito da una tromba che diventasse la colonna sonora del suo “viaggio interiore”. E chi meglio di Fabrizio Bosso? Tromba included, ovviamente.

Ora veniamo al pezzo forte: la versione corale di Me ne andavo da quella Roma con un cast che più stratificato non si può: da Carlo Verdone a Carl Brave, passando per Mannarino, Valerio Mastandrea, Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Luca Barbarossa e Emanuela Fanelli. Ma la vera domanda è: vorresti davvero andartene da questa Roma che ti fa tanto pena?

Risposta che profuma di cliché: come Remo, “me ne andrei sempre, per poi tornare”. Perché Roma è la sua personale Itaca senza mai staccarsi da quel richiamo infallibile, anche se magari l’unico vero ritorno è quello nei salotti del narcisismo culturale. Ah, l’omaggio al centenario di Remotti e alla stessa Roma! Ecco che arrivano gli artisti figli delle doppie anime di questa città eterna: il cinema e la musica, ovviamente.

Remo Remotti riappare pure in Colori, un brano avvolto da quella struggente aura di suggestione. Cosa rappresenta per te questo artista? Ovviamente lui e Piero Ciampi incarnano la sacra libertà artistica di fare quello che ti pare, fregandosene delle leggi implacabili del mercato, della discografia e del famigerato “mondo dell’arte”. Il pensiero magico rimane che solo chi spiazza i regolamenti riesca a lasciare una traccia indelebile nel tempo, mentre il resto è semplicemente gregge.

Il saggio consiglio di Shade e la dura realtà dello show business

Un simpatico reel di Shade offre la pepata riflessione per i giovani aspiranti musicisti: “Le case discografiche cercano solo la hit, vi usano e vi buttano via come fazzoletti sporchi”. Un messaggio illuminante, sintetizzato così. Una visione condivisa? Naturalmente sì, perché la musica, quel regno magico, è un arbitrio di opportunismo e capriccio.

Come riconosce con una quasi-devozione lo stesso interlocutore, ci sono casi eclatanti che contraddicono la regola; artisti sconosciuti che balzano all’improvviso al vertice – Caparezza a caso – e altri spinti dalla macchina pubblicitaria senza mai lasciare un segno permanente. Chiaramente tutto ruota attorno alla “onda giusta” da cavalcare in questo oceano agitato chiamato industria musicale. E al povero narratore, va dato merito, nonostante le cadute, di sentirsi oggi “perfettamente in equilibrio sulla tavola”.

Follie contemporanee e illusioni di normalità

Non esiste più una “Amerika” – titolo tristemente profetico – a fotografare la follia dei tempi attuali. Un mondo che si spera torni a “quote più normali”. Facile a dirsi, se non fossimo alle prese con un ciclo eterno di disastri, pandemie e guerra continua. Un presente che ancora non concede tregua, anzi, pronto a sparare salve di fuochi d’artificio che svolazzano sulle vite di tutti noi e, peggio, di quelle popolazioni martoriate dai conflitti.

Mai avrei pensato, dice il nostro, di trovarmi a metà carriera a guardare in diretta TV una possibile fine dell’umanità, con uno spettacolo crudele e quasi surreale. Certo, adesso c’è una tregua in Iran, ma nessuno si illude che possa durare molto. Velocità con cui imperversa la precarietà umana, insomma, conditio sine qua non dei nostri giorni.

Il rancore mai sopito per il Premio Tenco

Per finire, un po’ di rancore mai spento sul Premio Tenco. A detta del nostro, la sua ’Na notte infame avrebbe pure meritato la categoria giusta, ma il sinistro meccanismo del concorso ha preferito giocare a nascondino. E poi, ciliegina sulla torta, nessun avviso prima della votazione, solo il classico amaro a bocca dopo i risultati.

L’appello, ovviamente, è per un fantomatico “referente artistico” che possa fungere da mediatore tra artisti e organizzatori, per evitare che simili pasticci si ripetano. Un baluardo di buon senso in un ambiente che sembra prediligere il contrario. Ma chissà, forse son solo sogni di chi non si rassegna a una realtà fatta di regole non dette e arbitrarie a dispetto della meritocrazia.

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