Piero Bassetti a 97 anni corre ancora: dal tessile alla politica e ora si affida al magico potere dell’intelligenza artificiale

Piero Bassetti a 97 anni corre ancora: dal tessile alla politica e ora si affida al magico potere dell’intelligenza artificiale

La scintilla che accende la curiosità di Piero Bassetti, 97 primavere sulle spalle e discendente della dinastia tessile nonché primo presidente della Regione Lombardia, non è certo una foto vintage o un ricordo da museo. No, lui si appassiona a una semplice app – che, guarda un po’, serve a trascrivere il testo di questa intervista. Con aria da professore che controllo il tuo compito, domanda: «Come funziona? È precisa?»

Ogni mattina, puntuale come un vecchio orologio svizzero, Bassetti si presenta nella sua fondazione. «Ogni giorno, tranne la domenica», puntualizza, perché bisogna pur purificarsi. Qui si dedica al suo ruolo sacro di promotore, come recita lo statuto, «della responsabilità nell’innovazione» attraverso convegni, seminari e una scuola che arriverà presto, perché mica si sta con le mani in mano.

Secondo lui, il problema di oggi è «l’incontro tra la tecnica e il potere». Già, perché la tecnologia non si limita a farci impazzire con aggiornamenti e notifiche, ma ha pure sbaragliato le attese, rivoluzionando il modo in cui ci scambiamo gli sguardi e le strette di mano. «Questo», sentenzia, «ha conseguenze enormi». La principale? «Il potere della tecnica ha ormai spazzato via quello dell’auctoritas» – una parola altisonante per dire che l’autorità morente ha ormai perso il passo di fronte alla forza della tecnologia.

Quando la politica si rende conto di tale slapstick? «Tardi, come sempre» risponde con la disinvoltura di chi vede il Titanic che affonda mentre cerca un cocktail. «La politica è nata per governare ciò che è conosciuto e amministrabile, però ogni innovazione si porta dietro l’improbabile, stravolgendo le gerarchie senza chiedere permesso. E qui arriva la crisi di nervi perché la politica non ha quegli strumenti magici per gestire l’imprevedibile».

Alla domanda ovvia sull’intelligenza artificiale, il nostro uomo non si scompone affatto: «E a cosa, altrimenti?». Come dire, è il nuovo affare del secolo, altro che caffè d’orzo e chiacchiere da bar.

Ma vi chiederete: Bassetti non è sempre stato un amante della tecnologia? «Certo che sì», replica con la fierezza di chi ha un sito web a settant’anni. «Nel ’98, in occasione dei miei settanta anni, i miei collaboratori mi regalarono un sito internet, con una mia foto atletica e la scritta in dialetto: “Semper de cursa”.

Sì, perché da giovane correva veramente: faceva parte della spedizione italiana per le Olimpiadi di Londra 1948. Aveva 19 anni e avrebbe dovuto fare la seconda frazione della staffetta 4×100, peccato che due giorni prima si ferì. Ma il commissario tecnico, Giorgio Oberweger, aveva il sorriso di chi va contro ogni logica e lo portò lo stesso, così si ritrovò a guardare dal basso degli spalti i suoi compagni conquistare un bronzo – un medagliere memorabile condito da quel sapore di “quasi ma non proprio”.

In quella squadra figurava pure lo stilista Ottavio Missoni, che più simpatico non si poteva – anche se correva la distanza dei 400 metri e non i cento. Lui e Oberweger idearono al volo la divisa nazionale, che ho custodito gelosamente per l’eleganza senza tempo di quei tempi d’oro.

Nel frattempo, tra un allenamento e una corsa, Bassetti studiava economia e commercio alla Bocconi. Al terzo anno gli americani con due borse di studio della Cornell University bussano alla porta, cercavano cervelli vivaci. Scoprono che corre – come se fosse la cosa più importante al mondo – e così va oltreoceano per un’esperienza d’élite. Tornato, si laurea con una tesi sull’economia dinamica, perché da grande voleva capire come si muoveva il mondo.

Nel frattempo l’azienda di famiglia, Bassetti, scala la vetta diventando la regina del tessile in Italia. Ma lui? Si lascia sedurre dalla politica. «La mia famiglia era cattolica e cresciuta nell’idea che non si potesse tirarsi indietro», racconta serafico. I gesuiti avevano chiesto a suo zio Giannino di impegnarsi, ma lui preferì scaricare il compito su di me. Così, a soli trent’anni, si ritrovò consigliere comunale, sventolando la bandiera della sinistra Dc.

Era il 1956, e sarebbe rimasto a Palazzo Marino per 14 anni, metà dei quali covando una passione particolare nei confronti del bilancio cittadino. «Abbiamo municipalizzato il gas e lanciato il ‘Piano Milano’, con cui abbiamo costruito 144mila vani di edilizia popolare. A quei tempi, voler mettere in ordine la pubblica amministrazione ti faceva o matto o comunista» scherza, con candore.

Dunque, non sorprende che lo avessero soprannominato «il miliardario rosso». Il suo progressismo strisciava dietro un ragionamento quasi conservatore: senza riforme, Milano avrebbe rischiato di implodere come la Russia appena prima della Rivoluzione Sovietica.

Non sorprende che fu tra i promotori della nascita delle Regioni. «Lo Stato centrale non riusciva a gestire il salto verso la modernità, i padri costituenti lo avevano già capito», spiega con una saggezza un po’ malinconica. «Ma attenzione: fatta la Regione, bisogna fare il regionalismo – non basta mettere il punto sulla carta.

Alle prime elezioni regionali del 1970, Bassetti finì presidente della Lombardia. Si trovò davanti un mostro di inefficienza, partendo dai trasporti. Quando provava a mettere mano, la reazione automatica era da bar sport: “Se la smetti, ti do la stecca”. La corruzione fioriva rigogliosa, mentre la partitocrazia stringeva la sua morsa.

Quegli anni videro anche l’incubo delle Brigate Rosse. E lui, borghese, benestante e di sinistra, aveva un cocktail perfetto per essere nella lista dei sospetti – ma questa, ahimè, è un’altra storia.

Un bersaglio, certo, ma con poche scorte e tanti a rischio. Così il prefetto ed io decidemmo di dare priorità a altri, perché del resto giravo armato di una Beretta: ero un ufficiale di artiglieria e sparare me lo posso permettere, grazie.

Dopo l’esperienza nella Regione, mi trasferii a Montecitorio, ma restai solo sei anni. “Me ne vado,” dissi alla presidente della Camera Nilde Iotti, “qui ormai non si decide più nulla.” Fu lì che cominciai a capire che uno dei veri problemi della democrazia è la rappresentanza e la selezione della classe dirigente. Quindi?

Se lei sale su un aereo e la hostess, dopo aver chiuso la cabina, annuncia: “Eleggiamo il pilota!”, lei che fa? Scende, ovviamente. Logico, no?

E se non scelgono i cittadini, chi decide? Capisco la domanda, ma la verità è che non ho una risposta definitiva. Però, se vogliamo difendere democrazia e partecipazione, dobbiamo riorganizzare il potere, magari introducendo una «dosi controllata» di expertise.

Giulio Andreotti fu ministro della Difesa per anni senza neanche aver fatto la leva. E indovina? Lo fece pure bene, perché aveva una visione. Il vero problema non è sostituire i “cretini” con gli “esperti” che capiscono tutto, tranne i bisogni reali dei cittadini.

Ciò che conta davvero è trovare il modo perché competenza e partecipazione possano convivere in un mondo dove i processi sono iperveloci e le decisioni tecniche hanno ripercussioni immediate. Benvenuti nel futuro, piaccia o no.

Ho sempre vissuto a Milano. Oggi come la vedo? Vitale e dinamica, certo, anche se – come tutti i sistemi vitali – con qualche squilibrio fastidioso.

Trovare una casa a prezzi accessibili per giovani e ceti medi? Missione impossibile, grazie all’espansione dell’uso produttivo dello spazio: uffici, servizi, professioni. Milano non è più solo un luogo dove abitare, ed è un paradosso, visto che è sempre stata una città borghese di potere.

Il problema? La borghesia è morta, triturata dal rito sacro del weekend. Eh già, perché durante il fine settimana la borghesia prendeva le decisioni importanti: piano regolatore, sindaci, tutto nei sabati pomeriggio. Oggi? Sabato pomeriggio in città è un deserto: provi a telefonare, ti rispondono in vacanza.

Una perdita inestimabile: il tessuto delle relazioni informali è andato in fumo. E non è tutto.

Milano e il Nord corrono, mentre lo Stato arrancava, fermo al Medioevo. Difficile immaginare un futuro in cui questa città sia al servizio dell’unità nazionale: la dimensione di Milano ha superato quella dell’Italia.

Sta dicendo che l’idea di nazione è finita?

Mia madre era una ragazza del ’99, i suoi coetanei caddero quasi tutti a Caporetto. La rispetto come pochi, ma oggi questa storia va ripensata.

E in chiave europea?

No, molto meglio in chiave planetaria. Le singole sovranità sono un relitto del passato, così come l’Europa delle nazioni. La tecnologia ha cancellato le distanze, serve una nuova organizzazione del potere.

E l’intelligenza artificiale? Sarà decisiva, non solo per governare il traffico ma pure i destini del pianeta. Poi, se qualcuno spera ancora nel pilota eletto dalla hostess, buon divertimento.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!