Il regalo di Natale? Un mix micidiale destinato a far tremare il pianeta: nel miglior caso si tratta di una tregua temporanea, se e quando arriverà; un’iniziale illusione di ripresa per i mercati finanziari; ma inevitabilmente davanti a noi una recessione globale accompagnata da un’inflazione che si ostinerà a non mollare la presa. Pensate: cinquantatré anni fa, col primo shock petrolifero del 1973, qualcuno ha avuto la brillante idea di coniare il termine “stagflazione”, perché un’inflazione galoppante e stagnazione economica sembravano una contraddizione in termini. Fino a quel momento l’economia si comportava secondo schemi quasi infantili: la crescita portava all’inflazione, la recessione faceva calmare i prezzi.
Come se non bastasse, la teoria economica ha sempre fatto finta di non conoscere il brutto vizio della politica di ficcare il naso proprio dove non dovrebbe. Negli anni Settanta, infatti, la politica ha dimostrato di essere una forza destabilizzante in due modi. Primo: i Paesi arabi, detentori quasi esclusivi del petrolio mondiale, hanno prima spremuto il mercato limitando deliberatamente la produzione, alzando i prezzi solo per rendere evidente a tutti che il petrolio è anche uno strumento politico – e non solo economico – di prim’ordine. Secondo: America ed Europa, nel frattempo, si sono ostinate a sostenere economie già vacillanti, aumentando la domanda e quindi peggiorando ulteriormente l’inflazione.
Oggi, il copione sembra esattamente il medesimo. Se Teheran manterrà il controllo su Hormuz e sui flussi petroliferi, potrà giocare al gatto col topo con i prezzi del greggio, tenendoli alti fino a trasformare questa crisi in un lungo calvario. Per “ristabilire i danni di guerra” e scoraggiare America e Israele dal riaccendere i bombardamenti, non mancherà certo la voglia di far fruttare il proprio ruolo da ago della bilancia energetica.
A maggio, se il Senato concederà il placet, il scelto di Trump, Kevin Warsh, prenderà le redini della Federal Reserve con una missione chiara: spronare i colleghi a tagliare i tassi d’interesse per dare aria alla crescita. Una mossa brillante a metà strada tra l’ambizione e il disastro annunciato, che rischia di portare più inflazione di quella che vorrebbe combattere. Il ricordo degli anni Settanta è sempre dietro l’angolo, pronto a ricordarci che combattere l’inflazione con la politica monetaria sbagliata porta a un unico finale: stagflazione su tutta la linea.
Quindi, di nuovo, avremo la festa annuale del paradosso economico in piena regola: da una parte un shock petrolifero prolungato grazie a strategie geostrategiche spietate, dall’altra risposte politiche tanto inefficaci quanto inevitabili nel peggiorare l’inflazione. In sintesi? La tanto temuta stagflazione, la nostra trappola preferita.
È probabile? Bastano un paio di coincidenze e una buona dose di ottimismo per sperare che questa volta vada diversamente. Guardando il percorso finora tracciato, però, sembra proprio che la Storia abbia deciso di ripetersi esattamente con lo stesso copione.”
La risposta economica all’inflazione scatenata da un improvviso aumento del prezzo del petrolio è, ovviamente, una questione intricata e piena di contraddizioni degne di una trama da romanzo di fantascienza mal riuscito.
Se le Banche Centrali – che in Europa sono l’illustre Banca Centrale Europea e la nobile Banca d’Inghilterra, mentre dall’altra parte dell’Oceano c’è la famigerata Federal Reserve – decidessero di alzare i tassi d’interesse per domare l’inflazione, ecco che rischierebbero puntualmente di scatenare esattamente ciò che nessuno vuole: la tanto temuta recessione. Ma, attenzione! Se per contrastare questo rischio scelgono di abbassare i tassi, ecco che l’inflazione potrebbe diventare un drago ancora più feroce. Insomma, una vera e propria impresa acrobatica senza rete di protezione.
Rispetto agli Stati Uniti, comunque, l’Europa sembra avere qualche chance in più di evitare questa selvaggia danza della destabilizzazione economica. La famosa “indipendenza” della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra dalle pressioni politiche garantisce una disciplina monetaria che la Federal Reserve americana, invece, può soltanto sognare, specie sotto l’ineccepibile pressione politica di un protagonista come Donald Trump.
Così, mentre oltreoceano il mantra è “recessione? Taglio drastico dei tassi!”, qui in Europa invece ci si prende il lusso di un approccio più ponderato e intrigante: aumentare lentamente, riflettere un po’, e magari sperare che tutto si risolva da sé. Che audacia.
Per aggiungere un tocco di ironia storica, lo shock petrolifero di oggi sarebbe molto meno drammatico rispetto alla terribile impennata dei prezzi degli anni ’70, perché ormai le nostre meravigliose economie dipendono assai meno dal petrolio, e più da servizi che, udite udite, stanno diventando la vera star in paesi manifatturieri come Germania e Italia. Che progresso!
Ma la domanda che tormenta ancora gli addetti ai lavori è la stessa che si ponevano nel lontano 1973: quanto durerà questo spettacolo del prezzo del petrolio alle stelle? Un mese o due potrebbero perfino essere digeribili. Un decennio, invece, sarebbe un’autentica catastrofe in più atti.
Al momento, però, il vero fantasma che incupisce l’economia globale non è tanto questo brusco aumento, quanto l’incertezza sul conflitto in Iran e sulle sue conseguenze a lungo termine nelle forniture di petrolio e altre risorse energetiche.
Questa altalena di dubbi su quanto costerà l’energia tra uno, due o tre anni rende qualsiasi investimento un salto nel buio degno di un trapezista senza rete.
Ora che Trump si spaccia come il grande negoziatore proficuo con l’Iran, nonostante contemporaneamente vada a piazzare più soldati e navi da guerra nel Golfo, mentre Teheran smentisce che si stia per davvero negoziando, il clima di incertezza aumenta ogni giorno, come il prezzo all’autogrill.
Il gap tra le dichiarazioni del Tycoon americano e il regime iraniano è talmente ampio da far dubitare perfino dell’esistenza di un tavolo negoziale, ammesso che il tavolo sia stato mai apparecchiato.
Nel frattempo, Israele, eterno allarmista, continuerà a sentirsi sotto minaccia finché la teocrazia dittatoriale iraniana continuerà a imperversare. Quindi farà quello che sa fare meglio: attaccare, colpire e mantenere vive le tensioni, quasi come fosse un hobby nazionale sud-orientale.
I mercati finanziari, saggiamente ingenui, sembrano ballare al ritmo di ogni possibile segnale di negoziato, concedendo qualche giorno in più rispetto alle scadenze pompate da Trump per un accordo segreto. Ma non fatevi illusioni troppo grandi: inviare più soldati serve solo a mettere pressione su Teheran per “accettare” soluzioni che in realtà il signor Presidente desidera soltanto poter sfoggiare come una vittoria di cartapesta per chiudere una guerra che in fondo nessuno sa bene come cominciare e finire.
Fino a quando una base solida di compromesso non verrà magicamente fuori da qualche parte, la pace rimarrà quel semplice miraggio per economisti e politici stanchi.
Gli interessi in gioco sono così radicati che ogni parte ha incentivi per far arrabbiare ancora di più la pentola del conflitto, con ricadute che potrebbero includere attacchi americani a terra, intensi bombardamenti israeliani e un Iran sempre più incupito e determinato a chiudere i rubinetti del petrolio globale.
L’impatto economico di questa soap opera bellica prolunga potrebbe benissimo superare le peggiori aspettative, incastrando il mondo in una spirale che nessuno sa bene come fermare.
Morale della favola? Meglio prepararsi allo scenario peggiore e riporre ogni speranza in un miracolo, perché con la politica moderna e i mercati globali, l’unica certezza è l’incertezza permanente.



