Perché tutti sembrano sperare in un mondo senza Trump o la Danimarca (e no, non è uno scherzo)

Perché tutti sembrano sperare in un mondo senza Trump o la Danimarca (e no, non è uno scherzo)
Sisimiut, in Groenlandia, un’asfaltata via sgombra dalla neve sembra la scena perfetta per il reality mondiale del “chi comprerà quest’isola?”, dove il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si prende il ruolo del protagonista più assillante. L’ultima trovata? Minaccia di annettere questo territorio autonomo danese, e lo fa senza neppure arrossire.

Ovviamente, l’ormai leggendario motivo sarebbero questioni di “sicurezza nazionale”; peccato che dall’altra parte dell’oceano i leader europei tengano a precisare che la sicurezza è un affare collettivo, mica roba da piazzare di qua o di là come un mercatino delle pulci. Nel frattempo, i 57.000 abitanti dell’isola sventolano il cartello “non siamo in vendita” con convinzione quasi commovente.

Secondo i sondaggi, i groenlandesi non solo detestano l’idea di finire sotto il controllo statunitense, ma pontificano con forza per un’indipendenza da Danimarca che assomiglia a una missione epica e mai conclusa.

Per tutta risposta, dalla Casa Bianca ci fanno sapere con candida impassibilità che Trump e il suo staff per la sicurezza nazionale stanno “attivamente” meditando un’offerta formale per comprare la Groenlandia. Diplomazia? Prima scelta, certo. Ma sono pronti a considerare anche “tutte le opzioni”, volete scommettere che la forza militare è una di queste?

Aaja Chemnitz, deputata pro-indipendenza e orgoglio groenlandese nel parlamento danese, ha detto con pacata fermezza:

“Da anni la maggior parte di noi lotta per il diritto a rappresentarci da soli. Non si decide nulla su di noi senza di noi, perciò lottiamo ancora per ottenere ancora più autonomia.”

La stessa deputata ha aggiunto che gli Stati Uniti erano “un alleato molto stretto fino a un anno fa”, ma ora la situazione sembra più una scena da film di serie B, dove il popolo groenlandese è stato, parola sua, “disumanizzato.”

Il suo verdetto finale, sopra ogni titolo di cronaca politica degno di nota (o scandaloso?): “La Groenlandia non è mai stata in vendita e mai lo sarà. Il nostro popolo è tenace. Ricordiamoci che non si può comprare un paese, ma nemmeno una popolazione.”

Per chi non avesse seguito la soap: la Groenlandia è passata da semplice territorio a quasi stato autonomo grazie alla legge di Autogoverno del 2009, che le ha consegnato le chiavi per gestire molte delle proprie faccende. Ma la Danimarca continua a mantenere il controllo su politica estera, difesa e sicurezza. Nel 2023 è stato persino presentato un progetto di costituzione per una Groenlandia indipendente, ma nessuno sa bene se o quando sarà adottato.

Va detto che i partiti locali vogliono tutti, almeno a parole, l’indipendenza: quello che manca è un piano condiviso e convincente per raggiungerla senza saltare dagli specchi.

In pratica, la questione si è trasformata nella classica danza sul filo del rasoio: da un lato, il sogno di autodeterminazione; dall’altro, la realtà economica che continua a dipendere troppo dai fondi danesi per servizi essenziali come sanità e istruzione.

Per esempio, a gennaio l’allora premier Múte Egede aveva dato un ennesimo segnale: “È tempo di fare il passo verso l’indipendenza.” La risposta politica? Cambiano i protagonisti ma non l’indecisione: il successore, Jens-Frederik Nielsen, con i suoi Democratici di centro-destra, propone la versione slow dell’indipendenza, più gradualista.

Aaja Chemnitz ha spiegato che il sogno è reale, ma bisogna aspettare e coltivare “buoni rapporti economici” per non farsi travolgere da aspettative irrealistiche e non compromettere il tenore di vita.

Ricordiamo altresì che Trump non è digiuno di idee geniali: nel 2019 aveva già provato a comprare la Groenlandia durante il primo mandato, ma è stato mandato a casa con un secco “non è in vendita.” Nonostante questo, la nuova escalation nei toni sull’uso della forza militare ha fatto sobbalzare il governo danese, con la premier Mette Frederiksen che ha minacciato niente meno che di far saltare l’alleanza militare della NATO in caso di attacco statunitense. Un dramone da cinema, ma purtroppo reale.

Non a caso, circa 1.500 manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata americana per gridare il loro “basta pressioni” e denunciare l’assurdità della visita di rappresentanti statunitensi proprio a Copenaghen, cuore del Regno di Danimarca.

L’Europa intera ha evidentemente alzato gli occhi al cielo: la nuova smania del presidente Trump arriva dopo una recentissima azione militare americana in Venezuela (dove hanno tentato di rimuovere il presidente Nicolás Maduro), un chiaro segnale di militarismo senza freni in questa amministrazione.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha ufficializzato il suo interesse a incontrare i rappresentanti danesi per discutere di questa “gemma artica”, come fosse un bene da negoziare al mercato.

Le minacce di annessione di Trump

Clayton Allen, capo della pratica di una nota società di consulenza politica, il Eurasia Group, non ha nascosto il suo disappunto di fronte a questa escalation. Il suo commento? Un perfetto riepilogo del teatrino: “È incredibile pensare che la più grande economia del mondo stia considerando l’acquisto a scatola chiusa di un territorio che non vuole neppure essere comprato.”

In conclusione, la Groenlandia resta un palcoscenico in cui la geopolitica si mescola alle ambizioni personali di un uomo che non sa quando fermarsi. In tutto questo, gli abitanti rimangono un po’ comparse, anche se troppo orgogliose per accettare di passare per semplici merce in un’asta internazionale senza regole.

Groenlandia, quel famoso fazzoletto ghiacciato gestito da governi stranieri che si contendono di tanto in tanto, ci sia sempre stata una certa voglia di indipendenza politica. Perché, diciamolo, chi non vorrebbe essere padrone di sé stesso, specie quando il proprio “padrone” cambia più spesso di una stagione di serie TV?

CNBC via videochiamata, con quell’aria di chi ha visto il film almeno tre volte e sa già come andrà a finire:

“Non sono sicuro che le pressioni da parte degli Stati Uniti per un maggiore controllo sovrano della Groenlandia siano esattamente il modo in cui la Groenlandia voglia perseguire la propria indipendenza.”

Tradotto: “Non è che vogliate scambiare una colonia con l’altra… Se volete l’indipendenza, beh, vogliate quella vera, mica un’altra catena dorata.”

Ma aspetta, c’è di più: Otto Svendsen, un esperto del Center for Strategic and International Studies di Washington (perché non possono mai mancare i “think tank” tutti impegnati a reinventare la ruota della diplomazia), consiglia cautela agli osservatori esterni su come reagire alle minacce di Trump di “prendere in mano” la Groenlandia.

Secondo Svendsen, il movimento indipendentista in Groenlandia è “presente da decenni” e ha anche ottenuto dal governo danese un impegno (che suona un po’ come un “lo promettiamo, giurin giurello”) a rispettare i risultati di un eventuale referendum sull’indipendenza.

Però, attenzione a non sottovalutare il clima nella capitale groenlandese, Nuuk, dove si pensa che gli sforzi espliciti di Trump per avvicinare la Groenlandia agli Stati Uniti stiano facendo più male che bene al sogno dell’indipendenza. Perché, ecco la chicca ironica, uno dei migliori “assi nella manica” del governo locale è proprio appoggiarsi al timore della Danimarca, che come uno zio burbero ma presente fa da deterrente.

In sintesi: meglio restare sotto l’ombrello della Danimarca, anche se bucherellato, piuttosto che buttarsi tra le braccia di un gigante americano che “minaccia di prendersi la torta” sotto i vostri occhi. Fantastico, no?

Un paradosso ghiacciato: la Groenlandia tra potenze globali e voglie indipendentiste

Donald Trump ha espresso il desiderio di comprarla – sì, comprare come se fosse un mercatino delle pulci – tutto il mondo si è messo a ridere e a preoccuparsi contemporaneamente.

Ma dietro quell’idea apparentemente assurda si nascondono due realtà comiche: la prima è che la Groenlandia non ha alcuna intenzione di passare semplicemente da una influenza straniera a un’altra, per quanto scintillante possa sembrare la prospettiva di essere un “territorio americano”. La seconda è la satira della politica internazionale, dove le potenze fanno a gara per “proteggere” qualcosa che intendono più o meno dominare.

Insomma, mentre Trump si presta al gioco della grande diplomazia con la serietà con cui qualcuno pensa di fare shopping online, il popolo groenlandese – con quel senso pratico nordico che non fa sconti – preferisce una gestione danese che, almeno, dall’altra parte dell’Atlantico si conosce bene. Se non altro, sai con chi hai a che fare.

E così, tra avvertimenti di esperti, impegni da governo e strategie diplomatiche, la Groenlandia assiste allo spettacolo più surreale del pianeta: diventare un “pezzo di mercato” in una partita che nessuno sa davvero come vincere, perché in gioco non c’è solo la terra, ma l’illusione stessa di indipendenza e sovranità.

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