Perché ormai guidare un tram è il mestiere da eroi sfortunati che nessuno vuole più fare

Perché ormai guidare un tram è il mestiere da eroi sfortunati che nessuno vuole più fare

Quando la sicurezza è solo un accessorio

In un mondo ideale, chi guida un mezzo pubblico dovrebbe essere fresco come una rosa e lucidissimo mentalmente. Nel nostro mondo reale, invece, siamo ben lontani da questa utopia. Le priorità sembrano essere, nell’ordine: tagliare costi, spremere il personale come agrumi e— last but not least— evitare qualsiasi dispendio che possa mettere in crisi la tanto sbandierata “efficienza”. Peccato che, come in tutti i castelli di carte, alla minima brezza critica tutto crolli.

La legge, come al solito, si muove lenta e la giustizia qualche volta arriva a tempo di lumaca. Invece, le cose fondamentali non cambiano: si continua a demandare la sicurezza al sacrificio individuale, mentre le ore di sonno e di riposo diventano un lusso da desiderare e mai realmente conquistare.

Conclusioni amare: meritocrazia o lotteria?

Così, tra turni impossibili, tensioni alle stelle e un sistema che sembra più un frullatore sociale che un datore di lavoro responsabile, la domanda resta: chi vuole davvero prendersi cura dei lavoratori del trasporto pubblico? E soprattutto, chi vuole evitare che tragedie come quella di viale Vittorio Veneto diventino la norma? La meritocrazia, in questo contesto, si trasforma magicamente in una lotteria, dove a vincere è chi riesce a sopravvivere e a non deragliare— letteralmente e metaforicamente.

Nel frattempo, ai cittadini non resta che aggirarsi sui marciapiedi con la speranza di arrivare sani e salvi a destinazione, mentre le cronache si riempiono di accuse e contenziosi. Un bel passatempo, direte voi, ma forse non proprio quello che ci si aspetta da un trasporto pubblico degno di questo nome.

«La domanda che mi faccio è che turni abbia fatto il collega nei giorni precedenti». Una perla di saggezza direttamente da un tranviere dell’Atm, che getta nuova luce sull’avventurosa vita lavorativa di P., il conducente del tram deragliato in viale Vittorio Veneto il fatidico venerdì 27 febbraio. Ovviamente, P. oggi si trova sotto indagine per disastro ferroviario, omicidio e lesioni, perché una semplice distrazione non basta più: qui si parla di un vero e proprio dramma su rotaie.

Inutile dire che la sequenza degli eventi e lo stato di salute psico-fisica del collega hanno scatenato un Vesuvio di interrogativi da parte dei colleghi. Dopotutto, chi mai non si chiede come si possa sopportare turni infiniti e stress da burnout per poi guidare un tram stracolmo di passeggeri? È chiaro che le energie non sono inesauribili, eppure sembra che l’Atm continui imperterrita a spremere i suoi autisti come limoni.

Turni, stress e responsabilità: il cocktail perfetto per il disastro

Immaginate la scena: ore di lavoro serrato, poche pause, e la consapevolezza di dover mantenere una precisione maniacale mentre si trasportano decine di vite umane. Ma niente paura, tanto c’è sempre un “protocollo” che dovrebbe garantire tutto questo. Il problema è che se un protocollo non si traduce in condizioni di lavoro dignitose, finiamo con il ritrovarci con tram deragliati e indagini penali. Insomma, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti di turni e gestione della fatica che stress e affaticamento non sono esattamente ingredienti vincenti per un trasporto pubblico sicuro.

E se vi state chiedendo come abbia reagito la dirigenza dell’Atm, beh, preparatevi a non sorprendervi. Come al solito, qualche dichiarazione di circostanza e un invito alla calma, accompagnati da un rigoroso silenzio sulle condizioni lavorative e sui reali carichi imposti agli autisti. Perché ammettere i propri errori e rivedere le tabelle dei turni sarebbe troppo semplice e, soprattutto, troppo costoso.

Quando la sicurezza è solo un accessorio

In un mondo ideale, chi guida un mezzo pubblico dovrebbe essere fresco come una rosa e lucidissimo mentalmente. Nel nostro mondo reale, invece, siamo ben lontani da questa utopia. Le priorità sembrano essere, nell’ordine: tagliare costi, spremere il personale come agrumi e— last but not least— evitare qualsiasi dispendio che possa mettere in crisi la tanto sbandierata “efficienza”. Peccato che, come in tutti i castelli di carte, alla minima brezza critica tutto crolli.

La legge, come al solito, si muove lenta e la giustizia qualche volta arriva a tempo di lumaca. Invece, le cose fondamentali non cambiano: si continua a demandare la sicurezza al sacrificio individuale, mentre le ore di sonno e di riposo diventano un lusso da desiderare e mai realmente conquistare.

Conclusioni amare: meritocrazia o lotteria?

Così, tra turni impossibili, tensioni alle stelle e un sistema che sembra più un frullatore sociale che un datore di lavoro responsabile, la domanda resta: chi vuole davvero prendersi cura dei lavoratori del trasporto pubblico? E soprattutto, chi vuole evitare che tragedie come quella di viale Vittorio Veneto diventino la norma? La meritocrazia, in questo contesto, si trasforma magicamente in una lotteria, dove a vincere è chi riesce a sopravvivere e a non deragliare— letteralmente e metaforicamente.

Nel frattempo, ai cittadini non resta che aggirarsi sui marciapiedi con la speranza di arrivare sani e salvi a destinazione, mentre le cronache si riempiono di accuse e contenziosi. Un bel passatempo, direte voi, ma forse non proprio quello che ci si aspetta da un trasporto pubblico degno di questo nome.

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