Ludovico, nome di pura invenzione, aveva deciso di chiudere i ponti con Martina, altro nome di fantasia, ovviamente. Voleva la libertà, quella vera, senza catene né fastidiosi vincoli come l’amore o il rispetto. Pur essendo innamorato – o così diceva – amava decisamente di più la sensazione di potersi muovere senza costrizioni: gli amici, il tempo per sé, la sua preziosa libertà. Eppure, ogni volta che il cuore gli dava qualche colpo e i suoi flirt facevano cilecca, ritornava sempre a scandagliare quelle storie di Martina, come un detective maldestro della nostalgia.
La spiava. La osservava. Gustava la sua presunta felicità sbandierata al mondo come fosse un trofeo intoccabile. Ascoltava le sue frasi sibilline, quelle da tragedia shakespeariane, pensate per confondere lui senza rinunciare a stuzzicare la sua curiosità insaziabile. Perché, vedete, Ludovico credeva ingenuamente che un’occhiata furtiva alle storie di Martina potesse magicamente farla sentire ancora un po’ sua. Come se, davvero, bastasse uno sguardo discreto per tappezzare quel buco nero che aveva lasciato dentro di lui. Ma, certo, era lui ad aver scelto la libertà. Lui aveva mollato. Eppure, incredibilmente, sentiva la mancanza di quella ragazza che aveva abbandonato come un vecchio giubbotto. Naturalmente si raccontava che fosse solo curiosità, ma non riusciva nemmeno a smettere, poveretto.
Le storie di Martina erano la sua droga quotidiana: una dose di lei, senza lei. Le sue risate nei video, le foto in riva al mare con gli amici, le serate in discoteca, quei piccoli dettagli di una vita che non gli apparteneva più ma che lui rubava con gli occhi, da chi, goffamente, amava ancora. O almeno questo era quel che si raccontava mentre si illudeva di non essere un ex in preda a un’ossessione.
Quando il corteggiamento diventa ossessione, come riconoscerlo e mettersi al sicuro
Quando una storia finisce, anche quella parte “determinata” a chiudere senza guardarsi indietro si ritrova invischiata in una danza inconsapevole di fissazioni e voyeurismi digitali. Continuare a spiare le storie dell’ex, o dell’ex-ex dell’ex, non è altro che un goffo tentativo di mantenere un filo, per non accettare la solitudine o la triste realtà del cambiamento.
Lo spione, nella sua forma più innocente, non cerca di ritornare: si limita a guardare e a farsi cancellare da una paura latente. Quella di dover davvero dire addio a un pezzo di sé, a un capitolo chiuso della propria storia. Un paradosso dolente e perfino ridicolo che neanche l’autore dei migliori drammi potrebbe migliorare.
Ma c’è di più: dietro questo continuo controllo delle vite altrui, spesso si nascondono dinamiche più profonde di potere e manipolazione. Che il curioso lo ammetta o meno, spiare l’altro dopo un addio è un modo mascherato e subdolo di detenere un potere invisibile, un controllo che si spaccia per interesse genuino.
Come se l’ex-escluso dovesse avere ancora, chissà perché, il diritto di sbirciare nell’esistenza altrui, di parteciparvi come un ospite indesiderato ma insistente. Il paradosso perfetto, insomma: non ti voglio, ma ti guardo. E magari con l’aria impassibile di chi “non è ossessionato”, eh già.
Il piede in due mondi: passato reale e presente virtuale
Questo strano, e oggi tristemente diffusissimo, modo di vivere la fine di un amore è una sciocca dimostrazione di incapacità emotiva. Anziché trasformare il caos del cuore in parole, telefonate, scelte nette, il protagonista di questa soap digitale si diverte a mantenere un piede in due universi: quello reale, concreto, del passato che ancora brucia, e quello confuso e inattendibile del presente virtuale.
Dietro questo comportamento da stalker sentimentale c’è una ben nota antimodernità: la paura. La paura di perdere per sempre qualcuno che, nonostante sia stato gentilmente sbattuto fuori dalla porta, sentono ancora nel proprio stomaco come una ferita aperta. La paura di un assolo senza accompagnamento, di un silenzio senza ritorno, dell’irreparabile.

