«Il Pakistan si è lanciato in questa gloriosa missione di mediazione perché, evidentemente, la sua popolarità era scesa più in fretta di una moneta da un grattacielo», ci racconta con la naturalezza di chi conosce i fatti la professoressa Marzia Casolari, storica dell’Asia all’Università di Torino. «Diciamo pure che la sua credibilità era meno integro di un vetro dopo una rissa in un pub. Ah, e il bombardamento sull’Afghanistan ha fatto miracoli nel peggiorare le cose», aggiunge con sarcasmo la docente.
«Più recentemente quella crisi latente con il suo partner di ballo storico, gli Stati Uniti, ha fatto da ciliegina sulla torta. Probabilmente, il Pakistan ha pensato che mettersi a fare la mediatrice fosse il miglior modo per rinfrescare la propria immagine internazionale, molto logora oltretutto. Ma, attenzione, la vera carta segreta resta sempre la solita: il rapporto con l’odiata India. In parole povere, il Pakistan vuole finalmente essere visto come una potenza regionale gentile, non solo come il paese che accende la miccia di mille guerre.»
«Davvero un cambio di registro per un paese che poco tempo fa faceva i conti con quella figuraccia degli attacchi in Afghanistan, giusto prima che l’altra guerra, quella con l’Iran, diventasse di moda. Quei raid praticamente spiccavano l’ali del ruolo di mediatore autoscelto che ora si è appiccicato addosso.»
Dal Pakistan mediatore al pasticcio americano
Qual è stato il ruolo del Pakistan nella fine della guerra in Vietnam? Altro grande colpo di scena. «Negli anni ’70 i rapporti tra Pakistan e Stati Uniti non erano una tragedia diplomatica come oggi, anzi: erano quasi amici di penna. Erano un’unione sancita dall’ingresso del Pakistan nell’organizzazione militare nota come Central Treaty Organization, o Cento per gli amici.
Non dimentichiamoci che in quegli anni il Pakistan aveva un piede in due scarpe: mentre faceva la nobile mediazione nella guerra in Vietnam, portava avanti un’attività non proprio da boy scout, distribuendo fondi dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita ai mujahedin afghani con il chiaro intento di far danni all’Unione Sovietica. Come si può notare, una doppia faccia bonus che lo fa sembrare molto più complesso di quanto si voglia far credere.»
«Sul fronte vietnamita, il Pakistan ha iniziato a tessere la tela diplomatica contattando la Cina, che faceva da zia protettiva a Vietnam del Nord. L’obiettivo? Fare smettere lo scempio bellico con una progressiva sospensione degli aiuti militari e finanziari, sia da parte cinese che americana, praticamente un tira e molla internazionale degno di miglior causa.»
La mossa strategica verso Pechino
«Tutto ciò ha preparato il terreno per il famigerato viaggio a Pechino di Henry Kissinger nel luglio del 1971, preambolo della storica visita di Richard Nixon nel 1972. Il piano? Disinnescare il conflitto tra Cina e Stati Uniti in Vietnam con una firma sotto il tavolo. Come contropartita, la Cina ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dalle Nazioni Unite, spodestando la povera Taiwan e ottenendo il tanto ambito seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU. Fantastico per Pechino, meno per chi amava la diplomazia trasparente.»
«Quindi, il Pakistan si è sempre riservato lo scettro di mediatore storico… peccato che ciò non lo renda esattamente un esempio di virtù. Per non parlare del suo recente passato, chiaramente autoritario e tutt’altro che esemplare, ma questa è un’altra storia degna di un serial tv drammatico.»
Ma oggi, in modo del tutto sorprendente, Pakistan si propone ancora come mediatore nel triangolo d’amore serrato tra Cina e Stati Uniti. Ovviamente, il cast cambia, e il contesto storico si fa più intricato, ma la funzione rimane la stessa: fare da parafulmine in una partita che coinvolge giganti geopolitici.
Il ruolo di media potenza del Pakistan non è una novità, né un casuale salto sul palcoscenico mondiale, ma un’abitudine maturata in una lunga sequenza di conflitti e scontri, soprattutto con il vicino India, con cui è nato e cresciuto in una guerra perpetua. Un passato che impone inevitabilmente di affinare arte e scienza della mediazione, anche se a volte potrebbe sembrare più un esercizio di sopravvivenza.
Bisogna ammetterlo: mentre il Pakistan affina pazientemente le sue capacità negoziali e consulta intellettuali e studiosi con meticolosità, il suo antagonista India si crogiola in un sciovinismo rigido che la rende poco propensa al dialogo, soprattutto con i paesi confinanti. Insomma, se fosse una recita, l’India avrebbe preso la parte dello spettatore che sbuffa impaziente e non partecipa mai al dibattito.
In conclusione, mentre altri imitano la politica come una moda stagionale, il Pakistan coltiva la mediazione e l’arte del compromesso come unica via per sopravvivere e, perché no, per dettare qualche regola in un’arena sempre più satrapica e imprevedibile.

