Benvenuti al fantastico spettacolo della settimana in casa Regno Unito, dove i gilts — quei graziosi titoli di Stato britannici chiamati elegantemente “gilt-edged securities” — stanno facendo un volo degno di un paracadutista improvvisato. Sì, proprio loro, i bond governativi tanto amati, hanno visto vendite più aggressive di molti altri asset dopo che Stati Uniti e Israele hanno deciso di fare un salto nel confine con l’Iran. Niente panico, niente di nuovo sotto il sole: i mercati britannici da sempre richiedono un bel premio per tenere in mano i gilts rispetto agli altri debiti sovrani. Che sorpresa, vero?
Una delle cose più… *interessanti* da notare in questa fuga dai rischi, alla luce degli eventi in Medio Oriente, è quanto i gilts siano sprofondati più di tutti gli altri titoli di stato dei paesi del G7. Facciamo un salto sul decadale: il titolo “decennale” britannico, il preferito in termini di liquidità e di scambi, usato come termometro per i costi di finanziamento a lungo termine del governo, ha fatto un bel salto nel buio.
Lunedì, prima che Donald Trump soffiasse un po’ di speranza di una possibile fine degli scontri, il rendimento di questi gilts ha toccato il 5,115%: un livello mai visto dai giorni oscuri della crisi finanziaria globale del 2008. Solo poco prima dell’operazione “Epic Fury” di USA e Israele (28 febbraio), gli stessi titoli viaggiavano a un più rassicurante 4,3%. Tradotto in parolacce di economista: i costi di indebitamento per Gran Bretagna sono saliti di oltre 80 punti base. Fantastico.
Se vi state chiedendo cosa significa questo per le finanze pubbliche, tutto diventa più limpido. Prima che gli scenari bellici si intensificassero, l’ufficio indipendente per la responsabilità di bilancio paventava che nel 2025-26 l’UK avrebbe speso 109,7 miliardi di sterline solo per interessi sul debito, e 109,4 miliardi l’anno successivo. Ora la situazione non è proprio allegra, se la guerra dovesse continuare a lungo.
Confrontiamo i numeri con quelli degli amici del G7: i bund a 10 anni tedeschi sono saliti “solo” di 42 punti base, i titoli di stato USA di 48 e i francesi di 64. Tutti i bond decennali dei paesi G7 restano sostanzialmente più economici di quelli britannici. Solo l’australiano, che ovviamente si sente molto simile, è più caro. Ma tranquilli, a Londra preferiscono piangere da soli.
Il misterioso fascino del premio sui gilts
Perché mai questi gilts sembrano dov’erano stati colpiti da una maledizione? Beh, ci sono alcune ragioni interessantissime. Partiamo dall’inizio: la Banca d’Inghilterra ha già il tasso di politica monetaria più alto tra i banchieri centrali del G7 (bravi!). Aggiungete un’inflazione che non è proprio una carezza sulla pelle, ma una bella coltellata in faccia.
In secondo luogo, le aspettative sui tassi nel Regno Unito hanno fatto un giro della morte che neanche sui migliori roller coaster. Prima del conflitto, tutti si aspettavano che la Bank of England tagliasse i tassi questo mese — e ovviamente i gilts non hanno gradito il brusco cambio di direzione.
Terzo punto, di importanza globale, solo per far girare la testa: a parte il Giappone, nessuno nel G7 dipende così tanto dal gas importato come il Regno Unito. Il suo prezzo? Alle stelle, ovviamente. Un vero incanto per un paese che ama fare scherzi con le sue bollette.
Ultimo ma non meno divertente, c’è la politica britannica. Le impennate del prezzo dell’energia hanno acceso l’allarme per possibili spese enormi — quelle sostenute magari da aumenti fiscali che distruggono la crescita o da più debito. Intanto, le elezioni locali di maggio terrorizzano i sondaggi per Keir Starmer e il suo partito laburista, minacciando uno scenario degno di un romanzo gotico con sfide di leadership e possibili supplenti ancor più a sinistra. Ah, la politica UK, un vero teatro dell’assurdo!
Ma non pensate che questo “premio” richiesto per detenere gilts sia una novità dell’ultimo minuto. Nel settembre 2022, quando il governo di Liz Truss ha presentato un mini-budget con tagli fiscali da 45 miliardi di sterline senza un centesimo di copertura, è esploso il caos: i mercati hanno subito chiesto quello che è stato definito il “premio da idioti” per comprare quei titoli. Un vero capolavoro di fiducia.
Se volessimo tornare più indietro nel tempo, scopriremmo che i gilts britannici hanno sempre avuto i rendimenti più alti in tutto il G7, specialmente quando nel settembre 1992 il Regno Unito è stato cacciato dalla Meccanismo di Cambio Europeo, quella deliziosa avventura monetaria europea.
E per non farci mancare niente, negli anni ’70, durante crisi petrolifere e inflazioni da capogiro, che raggiunse il 26,9% nell’agosto 1975 e mai scese sotto il 19% in tutto quell’anno, gli investitori erano ancora meno entusiasti di tenere gilts. Per la Gran Bretagna, essere un’isola significa tante cose, tra cui costi del denaro alle stelle e molto, molto divertimento.
Insomma, se siete fan dei drammi finanziari e delle montagne russe economiche, il Regno Unito vi offre una stagione senza precedenti. Salite a bordo, il biglietto di ingresso ai gilts è sempre più caro e la corsa è appena iniziata.
Nel lontano 1976, il Regno Unito si trovò costretto a bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale per un prestito, il che scatenò l’ascesa di Margaret Thatcher nel 1979 e un bagno di “medicina economica” così amara da far impallidire qualsiasi dieta detox. Questi duri provvedimenti, col tempo, migliorarono miracolosamente produttività e competitività del Paese. Oggi? Beh, un miglioramento simile sembra più un sogno che una realtà imminente.
La Finanza che sorride… per ora
I numeri infatti continuano a far esultare qualche start-up, come la britannica Revolut. Questo gioiellino fintech ha appena registrato un utile record annuale, il che fa pensare a una crescita robusta mentre prepara il lancio negli Stati Uniti. Con una valutazione da capogiro di 75 miliardi di dollari nel 2025, si afferma come una delle tech company private più preziose d’Europa. Insomma, mentre il sistema traballa, ci sono campioni della new economy che si godono il momento.
Contraddizioni verniciate di “verde” solare
Non c’è pace per il mix energetico britannico: in risposta allo shock causato dalla guerra in Iran, il governo ha deciso con slancio ambientalista di obbligare l’installazione di pannelli solari e pompe di calore in tutte le nuove abitazioni in Inghilterra. Immaginate il mondo incantato dove tutti si cimentano nel bricolage verde! Peccato che, mentre si sponsorizzano foto-voltaici e scambi “verdi”, i prezzi dell’energia continuano a far piangere famiglie e imprese.
Costi di indebitamento al galoppo, ma ve la raccontiamo bene
Ah, la tragicommedia dei soldi pubblici: i costi di indebitamento del governo britannico hanno raggiunto livelli mai visti dalla catastrofe finanziaria del 2008, facendo sobbalzare gli investitori sul mercato dei gilt. Cosa significa? In soldoni, lo Stato deve faticare di più per trovare chi presti a tassi normali, spingendo i conti pubblici sull’orlo della crisi. Intanto, le paure sull’inflazione continuano a infestare i mercati come spettro indesiderato.
Il calendario non perdona: date da segnare (o temere)
Per chi ama le emozioni forti, segnate queste date nel calendario: il 25 marzo arriveranno i dati sull’inflazione britannica di febbraio, il 27 marzo la fiducia dei consumatori secondo GfK per marzo, e il 30 marzo i dati sui mutui della Bank of England sempre riferiti a febbraio. Occasioni imperdibili per capire quanto sia profonda la pozza in cui ci troviamo.



