Peppe Servillo sembra proprio un uomo che ha fatto della poliedricità un’arte, o almeno così ama far credere mentre si prepara nel piccolo camerino del Teatro dei Rozzi a Siena. Sta per incantare il pubblico con le canzoni di Bertolt Brecht e Kurt Weill, una serata dal sapore vintage e intellettualmente impegnato – perché nulla dice “divertimento” come un po’ di dramma epico e di battaglie civili, vero? Il tutto accompagnato dalla Metropolitan Jazz Orchestra, giusto per aggiungere un’aria di sofisticatezza che farà sentire tutti un po’ più colti, anche se forse qualcuno vorrebbe solo ascoltare qualcosa di meno pesante dopo una giornata di lavoro.
Ma attenzione, Servillo non è nuovo a questi giochini teatrali. Ricorda con un certo orgoglio la sua esperienza in “Opera da tre soldi” – sì, quella di Brecht, regia di Michieletto, una produzione che sarebbe stata perfetta per un pubblico che ama sentirsi profondamente civile senza mai sporcarsi troppo le mani. Interpretava il re dei mendicanti, un ruolo che sicuramente gli ha lasciato addosso la sensazione di poter regnare su qualsiasi palco con il suo sguardo serio e il timbro appena troppo impegnato.
“Sono passati 70 anni dalla venuta in Italia di Brecht”, si schermisce, come se fosse un evento epocale – e invece è solo un altro motivo per proporre uno spettacolo che già gira da un po’, ma che ora ha l’aria di una novità fresca, almeno per chi non ha ancora visto almeno tre versioni diverse dello stesso.
Da Brecht a Molière: la nostalgia del passato
E non finisce qui: perché se Brecht è troppo poco per sentirsi intellettuali impegnati, Servillo si cimenta pure con Molière, forse nel tentativo di dimostrare che sa stare sui palchi d’epoca senza perdere un colpo. Con l’Orchestra Leonore e le musiche di Strauss sta infatti portando in scena “Il borghese gentiluomo”, un gran classico che, a quanto pare, dovrebbe farci rileggere il valore della grande commedia. Non che oggi ci manchi l’occasione di riderci sopra, ma il tono serio con cui lo racconta fa pensare che ci sta provando davvero.
Nel frattempo, il caro Servillo ritorna alle sue vecchie glorie con gli Avion Travel, alternando jazz, tango, pop e melodia. Come se il nostro non avesse già fatto abbastanza, sfoggia collaborazioni con nomi che cercano di mettere insieme il “serio” e il “cool” della musica italiana. Però ammette candidamente una cosa profondamente umana: l’ispirazione è un po’ calata. Ma si consola condividendo “i classici”. Che consolazione, vero?
Il jazz? Solo una scusa per suonare con gli amici
Durante la chiacchierata, l’artista si definisce un “cantattore” in puro stile napoletano, termine che lascia immaginare una discutibile unione fra canto e recitazione, ma che evidentemente funziona. E il jazz? Ah, quella roba lì gli piace perché è – e citiamo – “il desiderio di suonare con altri, di rimanere se stessi anche in gruppo”. Tradotto: è il modo migliore per mettere su un happening culturale senza perdere la propria identità da star.
Non si definisce però un jazzista nel senso stretto del termine, il che è la scusa perfetta per poter passare dal pop al tango, dal jazz alla melodia senza dover rispondere a domande scomode su quale sia il suo vero stile musicale.
Il fuoco dentro e i legami familiari
Un altro progetto caro a Servillo si chiama “Il fuoco che ti porti dentro”, adattamento teatrale di un romanzo di Antonio Franchini. Un ritratto “commovente” di una madre, che ovviamente ci regala quattro momenti musicali per non farci scordare che siamo pur sempre a teatro, una combinazione perfetta per chi vuole chiamarsi artista senza rischiare di intrattenere troppo il pubblico.
Infine, quando arriva il discorso sul fratello Toni, la cosa prende una piega quasi patetica: i due hanno portato in scena per tre anni “Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo, con un successo che qualcuno definirebbe straordinario, ma che loro mostrano con la modestia di chi sa quanto sia difficile rimanere sulla cresta dell’onda senza finire per litigare come spesso succede fra artisti.
“Mai litigi seri”, dice. Sarà, ma sospettiamo che certe atmosfere idilliache si creano solo nei comunicati stampa. Una famiglia numerosa, sostiene, fa da scudo e da carburante al suo percorso artistico, ma non manca di ribadire che il successo del fratello al cinema lo riempie di soddisfazione, pur mantenendo la consueta dose di ironia e distacco che contraddistingue tutta la sua carriera.
A Roma domani, perché no, i film sono queste gioie contagiose da condividere in allegria. Ho scambiato due parole con Toni Servillo, giusto per sapere se fosse contento del suo film. La risposta? Un secco “sì”. Nel frattempo, Sorrentino ha deciso di sporcarsi le mani con “La grazia”, un tema parecchio infuocato e pieno di spine, offrendoci una riflessione tanto profonda quanto necessariaccia sulla nostra magra contemporaneità.
Tra i tanti apparizioni che l’attore si ritrova sparsi tra televisione e cinema, come dimenticare don Pierino nella serie tv del Commissario Ricciardi? “Mi piace quella parte,” confessa con la modestia di chi sa di essere intoccabile, “la produzione dietro è di tutto rispetto. I romanzi di De Giovanni spopolano, tutti best seller. E poi c’è Lino Guanciale, che ha donato un volto straordinario al protagonista, praticamente un capolavoro.”
A proposito di trionfi, torna il Festival e, a 26 anni dalla vittoria degli Avion Travel a Sanremo, qualcuno si chiede: tornerà mai Toni Servillo? Lui non si sbilancia, ma lascia trapelare un pensierino: “Se hai una canzone che spacca, puoi portarla dovunque, pure a Sanremo. Con gli Avion Travel non abbiamo più pensato al Festival, ma chissà cosa riserva il futuro? L’ultima volta ci sono stato con Enzo Avitabile, e il direttore artistico era un certo Claudio Baglioni. Un’esperienza da ricordare.”
Con gli Avion Travel si è giocato una bella partita, imparando pure qualcosa di utile. Hanno portato in scena due canzoni indelebili: “Dormi e sogna” e “Sentimento”, che ancora oggi risuonano nella memoria collettiva, a prova che non tutto – in fondo – è destinato a svanire nel nulla.



