Il primo regalo appena sdoganato dalla visita del Vladimir Putin a Pechino è stato una bella mazzata alla borsa di Mosca, con le azioni di Gazprom che sembrano aver deciso di fare la fine del Titanic. Il colosso energetico, che una volta era la gallina dalle uova d’oro del bilancio russo, oggi si ritrova invece un rosso che fa quasi tenerezza. Il titolo ha perso uno sfizioso 3,5% in un solo giorno, sciogliendo come neve al sole quasi due miliardi di dollari di capitalizzazione in 24 ore, trascinandosi dietro tutto il colore grigio delle altre aziende energetiche.
Tutto ciò è il retaggio di una speranza che alla vigilia della partenza del presidente russo verso la Cina il suo portavoce Dmitry Peskov aveva definito “molto importante”. Peccato che quella speranza sia scivolata via come sabbia tra le dita: niente firma per il contratto con cui il Cremlino puntava a vendere 50 miliardi di metri cubi di metano all’anno, passando per il mitico gasdotto “Potenza della Siberia-2”. Complimenti, il sogno gas-lord è finito prima di iniziare.
Lo spettacolo degli applausi e le firme inutili
Nel frattempo, mentre Gazprom annunciava che per il 2025 niente dividendi per gli azionisti (una splendida mossa alla vigilia del ritorno di Putin a casa), l’aeroporto di Pechino si trasformava in uno scenario da cerimoniale faraonico degno di un film d’epoca. Guardie d’onore schierate, bambini con bandiere pronti a sventolare, alte cariche governative in parata: tutto messo in scena con la raffinatezza di un operaio in un’azienda di Broadway.
Non è sfuggito nessuno nemmeno il fatto che Xi Jinping, che dopo aver ricevuto Donald Trump aveva già esaurito l’agenda, si sia subito fatto trovare pronto per non farsi soffiare la scena. Il tempismo perfetto è da Oscar: il “vecchio amico” Putin, con il suo jet appena decollato dopo l’Air Force One, non è certo arrivato per caso e ha fatto uscire un po’ di sana, invidiosa gelosia da parte di Trump, che ha subito dichiarato che la sua accoglienza era “più brillante”. Una gara a chi ce l’ha più lungo o più scintillante, perché si sa, nulla è più importante della vanità internazionale.
Il prezzo della grandeur cinese
Ma dietro a questa patina di sfarzo e cerimoniale, la realtà è ben più prosaica. I cinesi, ovviamente pragmatissimi, sanno chi tiene davvero il coltello dalla parte del manico. Gli attacchi ormai quotidiani dei droni ucraini alle raffinerie e ai porti russi hanno trasformato Mosca in un fornitore quanto mai inaffidabile, impraticabile se si pensa alle sanzioni occidentali e assurdo per i prezzi gonfiati che nessuno può più permettersi, figuriamoci in un’economia bellica traballante come quella russa.
Dmitry Peskov parla ancora di “alcuni dettagli da definire”, una protesta di facciata per evitare di ammettere il disastro, ma in realtà Pechino chiede sconti da saldi di fine stagione, molto più bassi del prezzo già ribassato da 258 a 224 dollari per mille metri cubi (quando gli europei e i turchi invece sborsano più di 400). Insomma, Xi Jinping sa benissimo che Putin non è certo nelle condizioni di fare il prepotente. Se il bilancio russo 2026 non regge più e la morsa delle sanzioni convince addirittura la Slovacchia e l’India a cercare fornitori più comodi, il Cremlino si trova davanti al bivio drammatico: mollare la guerra e cercare una via d’uscita o trasformare la Russia in una caserma dalle fondamenta a rischio.
Il gas della speranza mai arrivata
Il consenso tanto agognato da Putin non è certo cosa facile. E non si tratta solo dei voti, anche se l’anno del voto alla Duma si preannuncia scoppiettante e il malcontento potrebbe finalmente trovare una valvola d’esplosione. Gazprom non era solo fonte di guadagni per lo Stato, era anche un supermercato per oligarchi, fornitori e società di comodo, un giochino tossico in cui il cerchio magico del Cremlino mangiava a sbafo a discapito degli azionisti che, per inciso, sono principalmente lo Stato stesso.
Ora che è impantanata nella palude del fronte, fragilissima sotto i colpi dell’Ucraina che osano arrivare nel cuore pulsante della Russia, con un’economia che sembra una barca che affonda, Putin non è volato a Pechino solo per un gasdotto. Ha chiesto in pratica una bombola di ossigeno per il suo regime stremato – e per il momento l’unico ossigeno che ha trovato è un bel no, con tanto di faccia sorridente stampata sulle mani di Xi Jinping, che ha preferito tenersi alla larga dalle condizioni troppo golose offerte dal Cremlino.



