Peccato per la caduta di Mansouri e la mia disfatta personale che spunta proprio adesso

Peccato per la caduta di Mansouri e la mia disfatta personale che spunta proprio adesso

Carmelo Cinturrino si è presentato con una scusa così profonda da far piangere una pietra: “Sono enormemente dispiaciuto per la fine che ha fatto questo ragazzo e per quella che ho fatto io”. Un capolavoro di pentimento, espresso nelle sue dichiarazioni spontanee durante l’incidente probatorio per l’omicidio di Abderrahim Mansouri. Probabilmente pensava che bastasse questo per cancellare tutto.

L’assistente capo del commissariato Mecenate ha parlato per circa un’ora davanti al giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro. Non ha perso tempo per ribadire, come se fosse un mantra, che il 26 gennaio a Rogoredo ha sparato “per paura”, quando Mansouri si è “chinato” a raccogliere quello che, attenti, era solo un sasso. Come se fosse una giustificazione più valida per aver sparato alla testa di un uomo.

Per chi se lo stesse chiedendo: il 41enne, ora rinchiuso a San Vittore, ha dichiarato di conoscere il pusher marocchino solo in quanto soggetto delle sue attività investigative. Naturalmente, in un episodio così pulito, ha pure confermato la presenza di un testimone: un giovane afghano che ha avuto la fortuna — o la sfiga — di vedere lo sparo che ha colpito Mansouri alla testa. Testimone ascoltato venerdì, giusto per completare lo spettacolo.

E come se non bastasse, Cinturrino ha sentito il dovere di smentire tutte quelle piccole sciocchezze che gli vengono attribuite, tipo estorsioni e pestaggi. “Non ho mai picchiato nessuno,” ha detto. Soprattutto un invalido, non si sa mai.

Ovviamente, ha negato la presunta “violenza gratuita” o il furto di droga e denaro dai frequentatori del boschetto di Rogoredo e dalle piazze di spaccio a Corvetto. E chissà, forse ha pure detto che l’arcobaleno è una bufala.

Il poliziotto umanitario

Come se fosse un novello San Francesco della divisa, il nostro assistente capo ha anche ammesso di aver redatto verbali di sequestro e denunce “per resistenza”, un lavoro, pare, che svolge con passione. Addirittura, ha portato “medicine e vestiti” a quei tossicodipendenti che ora lo accusano: il volontariato sotto copertura, che bontà.

Si è detto sempre mosso dall’intento di assicurare alla giustizia i criminali. Non uno qualsiasi, attenzione: ha ricevuto veri encomi e riconoscimenti per il suo operato, una dedizione lampante se si pensa che in 18 anni di servizio ha preso meno di 25 giorni di malattia. Insomma, un modello di efficienza e virtù. Inoltre, orgogliosamente, si è vantato di essere il primo della sua famiglia ad aver indossato l’uniforme, quasi si trattasse di un titolo nobiliare.

Rispondendo alle accuse, alcune ribadite anche in aula dai testimoni, come il famoso schiaffo al 29enne durante un obbligo di firma, Cinturrino ha fornito una ricostruzione tecnica tutta sua, ovviamente smentendo ogni accusa e dimostrando di aver sempre agito “lecitamente”. D’altronde, chi vuole dubitare del poliziotto modello?

Il commento del legale di Mansouri

Marco Romagnoli, avvocato della famiglia Mansouri, non ha potuto trattenere una punta di sarcasmo nel commentare le dichiarazioni di Cinturrino. Si aspettava almeno un briciolo di disperazione da chi “dice di non aver voluto uccidere”, ma niente di tutto questo è emerso dalle sue parole.

Non sembra proprio il tipo a cui tremere la voce o ad avere rimorsi veri. Forse perché i rimorsi, con queste modalità, fanno semplicemente ridere. O piangere. A seconda del punto di vista.

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