Pasquale Rienzi il genio sfuggito al processo Hydra che fa impazzire la Dda di Milano

Pasquale Rienzi il genio sfuggito al processo Hydra che fa impazzire la Dda di Milano

C’è un uomo, un affiliato alla ‘ndrangheta dei cosiddetti “locali” di Legnano (provincia di Milano) e Lonate Pozzolo (provincia di Varese), che sembra particolarmente caro ai pm del dipartimento distrettuale antimafia di Milano. Nonostante una maxi inchiesta dal nome roboante come “Hydra” abbia cercato di intrappolarlo, questo individuo riesce tuttora a sfuggire alle maglie della legge proprio in quella zona franca a metà tra le due province.

Adesso, come se non bastasse la situazione già piuttosto gotica degli intrecci mafiosi confinanti con l’area della Lombardia, la presenza di questo personaggio complica ulteriormente il quadro. Non sto parlando di un semplice sospettato, ma di un autentico tassello decisivo del mosaico criminale che sembra godere di una certa immunità, o quantomeno di un’abilità degna di un mago Houdini.

La magia nera della “Hydra” e la fuga dall’inchiesta

La maxi inchiesta Hydra, che avrebbe dovuto stritolare le ramificazioni di questa ‘ndrina, si è rivelata una creatura dai tentacoli un po’ troppo corti, incapace di chiudere il cerchio sui veri protagonisti. Quel “locale” di Legnano non solo ha avuto la fortuna di ospitare un esponente così scaltro, ma sembra che l’intero meccanismo investigativo sia stato messo alla prova da una resistenza quasi paranormale.

Non ci si illuda, però, che la “Hydra” sia una sorta di organismo vivente immune alle mani della giustizia perché protetto da forze occulte. Piuttosto, è un’illustrazione brutale della complessità e dell’infiltrazione che queste organizzazioni mafiose riescono a esercitare nelle pieghe più insospettabili della nostra amata provincia lombarda.

L’indagine che brancola e il sistema che protegge

Il dipartimento antimafia di Milano è messo alle corde da questa situazione che ha tutti i tratti di un paradosso: più si cerca di penetrare la rete, più emergono falle, complicità e, perché no, qualche passo falso clamoroso. Questo rende evidente come certi territori e certe “presenze” siano talmente radicati da poter sfuggire a qualsiasi strategia investigativa, se non con una dose di fortuna e una pazienza da monaci tibetani.

Qualcuno potrebbe pensare che queste fughe siano dettate da una sorta di debolezza istituzionale, o ancor peggio, da una complicità sottile e non dichiarata. Non è così lontano dall’essere vero. Le trame dietro questa impunità apparente potrebbero nascondere connivenze più o meno consapevoli e un sistema che, ironicamente, si autoalimenta per mantenere tutto com’è.

Insomma, un racconto tutto italiano: mafiosi che fanno i fantasmi, inchieste che sembrano caccia a un miraggio, magistrati che cercano di fare chiarezza in un labirinto… e noi che alla fine ci ridiamo su, perché se non ridessimo, che vita sarebbe?

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