In Medio Oriente i regimi hanno l’abitudine di scegliere con cura i loro leader. Beh, almeno fino a quando Israele decide che è ora di fare un po’ di pulizia. In Libano, poco più di un anno fa, un paio di caccia con la Stella di David hanno fatto fuori Hassan Nasrallah. Ovviamente, la testa del serpente è ricresciuta senza problemi, incollata questa volta sul corpo di Naim Qassem, un santone pronto al martirio da libro di fiabe. E così via, un gioco infinito di teste mozzate e rimpiazzi altrettanto comodi. Stesso copione, stesso teatro, in Iran. Il favorito per la carica di Guida Suprema – secondo le fantastiche previsioni dei media israeliani e dell’opposizione iraniana – è Mojtaba Khamenei. Naturalmente, è già nel mirino degli aerei da guerra, perché, promettono, sarà la fine anche per lui, proprio come è successo al papà.
Perché sorprendersi se la politica internazionale si trasforma in una partita a scacchi a colpi di bombe? È quasi commovente notare come la democrazia locale consista nel far saltare qualcuno di tanto in tanto, giusto per rinnovare l’arredamento del potere.
Chi è davvero Mojtaba? L’uomo più detestato d’Iran
Mojtaba Khamenei non è certo riuscito a conquistare il cuore degli iraniani. Anzi, se c’è qualcuno più odiato di lui, è solo il figlio dello scià, Reza Ciro Pahlavi. Ma non aspettatevi da Mojtaba quella sacra aura religiosa che un certo tipo di potere richiederebbe. No, il nostro eroe non vanta un curriculum spirituale degno di un grande Ayatollah, e il suo carisma? Inesistente. Salito alla ribalta solo perché figlio di papà, invece di passare il tempo a studiare testi sacri ha preferito dedicarsi al business, soprattutto nel settore bancario parallelo che finanzia i famigerati Pasdaran. La sua specialità? Intessere una rete personale di affari e influenza che ne fa una specie di regista dietro l’ombra del regime.
La parte più divertente? Sembrerebbe che gli stessi Guardiani della Rivoluzione finanzino il pupazzo Mojtaba, così da garantirsi sicurezze sia politiche che economiche. Una solida alleanza di comodo, insomma, che dimostra quanto il potere non sia affatto una questione spirituale in questa repubblica teocratica, ma piuttosto una gestione manageriale delle clientele e delle difese interne.
Un regime vestito da novità, ma con la solita monotona architettura
Così, Mojtaba si configura semplicemente come una parvenza di cambiamento, una maschera nuova per un regime che rimane strettamente nelle mani delle forze militari più integraliste. Ma non fatevi troppe illusioni sull’evoluzione della struttura politica: la costituzione think-tank di Khomeini è tanto enigmatica quanto ben oliata. La Guida Suprema è il fulcro di un equilibrio sottilissimo fra potere religioso e laicità apparente.
Da una parte abbiamo il Consiglio dei Guardiani e, dall’altra, la misteriosa Assemblea degli Esperti, composta da 88 Ayatollah con compiti simili ai cardinali del conclave papale. Il loro lavoro? Pre-selezionare la rosa di candidati per la suprema carica, per poi eleggere il nuovo leader che, indovinate un po’, deve ottenere almeno 57 voti su 88. Una costruzione da manuale della gestione dei privilegi, tutta rigorosamente incastellata nel più sacro conformismo politico-religioso.
Il candidato “giusto”? Troppo pericoloso per il regime
Presentato fino a ieri come favorito per la successione, Ali Reza Arafi sarebbe stato sicuramente un campione del governo dei giuristi, fedele a quella filosofia velayat-e-faqih che fa il bello e cattivo tempo in Iran dagli anni ’70. Arafi non è certo uno che si tira indietro: combattente storico, torturato durante la rivoluzione contro lo scià, e duro come dure sono le posizioni ultra-integraliste contro il “piccolo Satana” e il “grande Satana”.
Ma per qualche fantastico motivo (probabilmente perché troppo capace e quindi ingestibile), i Pasdaran e il potere occulto guidato da Ali Larijani hanno detto “no grazie”. Del resto, un uomo che sa troppo e che ha tutte le carte in regola sembra un lusso troppo rischioso per il controllo centralizzato di questo posticino delicato chiamato Iran.
Cosa succederà dopo la dipartita di Khamenei? Una domanda aperta, con molte risposte sarcastiche
Il dopo Khamenei non è una semplice questione di successione, ma un intreccio complesso di alleanze, interessi economici e scontri di potere mediati da un sistema pensato per non cambiare mai davvero. Il regime si presenta come un organismo rigenerativo: amputata una testa, se ne forma un’altra con la stessa vocazione ma magari con un terzo o quarto nome diverso.
Insomma, mentre la diplomazia internazionale cerca di dire la sua su chi detterà le regole della Repubblica Islamica, chi osserva con occhio critico non può fare a meno di riconoscere un vero capolavoro di teatro dell’assurdo. Perché in Iran, come nel resto del Medio Oriente, la politica è sempre stata meno questione di democrazia e più appuntamento fisso con la farsa di poteri incrociati e veleni di corte.



