Paola Ferrari scopre l’infanzia da incubo con la madre tiranna e sfida gli haters senza battere ciglio

Paola Ferrari scopre l’infanzia da incubo con la madre tiranna e sfida gli haters senza battere ciglio

«Le cattiverie le ho sentite tutte: se vogliono davvero ferirmi dovranno inventarsi qualcosa di più originale.» Paola Ferrari sorride mentre lo dice, con la schiena dritta e la fierezza di chi sa di essere la vera superstar dei Mondiali di calcio Rai, quello che nessuno ammette ma che tutti riconoscono. Gli haters si scatenano perché ha il trucco troppo marcato, o perché le luci la fanno sembrare una versione pacchiana di Barbara D’Urso? Lei, con un’innata eleganza, gliene infischia e va avanti imperterrita. Le rimproverano lo sguardo «strano» e la «plastica» troppo evidente sul viso? Nessun problema: si offre ai primi piani come se fossero medaglie al valore.

Tutto questo dolore esteriore è solo l’ultimo anello di una catena di tragedie che va ben oltre le critiche social. Infanzia difficile? Papà assente e mamma con disturbi mentali così gravi da tentare tre volte di toglierle la vita. Come se questo non bastasse, nel 2014 arriva la diagnosi di carcinoma sul viso, seguita da una recidiva dieci anni dopo. Insomma, un curriculum da vera combattente, si potrebbe dire, quasi una pugile della vita stessa.

Paola Ferrari si sente più una Selvaggia Lucarelli del calcio, precisa, senza filtri, incapace di mandare giù ingiustizie e ipocrisie. Le critiche? Le accoglie da anni, ma spesso si riducono a una questione di mancanza totale di rispetto, come quelle velenose che inondano i social durante i Mondiali.

L’unico vero fastidio riguarda la sua vita privata, un terreno sacro che nessuno osa calpestare – almeno a parole. Sul matrimonio e i figli? Cabinetto chiuso, non si parla, e i gossip famigliari restano misteri ben custoditi. Una ferrea linea di condotta che ha i suoi motivi.

Immaginate ora la scena: per il compleanno nº 90 del suocero Carlo De Benedetti non è stata invitata. Un cenno di dissenso politico tra nuora e suocero, e voilà, l’esclusione scandita come un colpo di spugna. La realtà è che dopo trent’anni di matrimonio e scontri ideologici continui, l’apprezzamento per la sola «gente che la pensa come lui» è una tradizione di famiglia. Ma a lei, molto più che al contrario, questo non le rompe minimamente il fegato rispetto all’affetto che ancora nutre per lui.

Il passato difficile che sembra un romanzo d’orrore ha però ancora la meglio nella sua memoria più intima: il terrore della violenza che ha segnato la sua infanzia. Ancora oggi, vedendo una mano alzata, reagisce con un lampo di paura ancestrale. Quella stessa paura è stata la regina incontrastata fino a quando non si è scontrata con altre ombre oscure come abbandono, mancanza di affetto e ferite emotive mai risanate.

Per sopravvivere a tutto questo inferno domestico, Paola non aveva rifugi sicuri: nessun «Telefono Azzurro», nessun angolo protetto da cui scappare. Da piccola, cercava consolazione dalle amichette del piano di sopra o dalla nonna, quest’ultima pagandola però a caro prezzo. Ma il momento più drammatico arrivò a quindici anni, quando la violenza divenne insopportabile e scappò di casa per rifugiarsi da una zia a Busto Arsizio.

Il padre? Era sempre via, un lontano punto interrogativo nella sua vita. Solo a 45 anni scopre la verità: lui aveva un’altra famiglia, un’altra donna. Da adulta, ha scelto di tagliare ogni legame, senza nemmeno un numero di telefono. Poi la vita, con tutte le sue contraddizioni, ha fatto ricongiungere i fili: la madre è morta, il padre è caduto nell’Alzheimer e, unica erede, Paola si è presa cura di lui. Perché i rapporti con i genitori sono complicati, ma fanno parte di noi, che lo vogliamo o no.

Fu proprio lui a trasmetterle la passione per il calcio, un’eredità che ha saputo trasformare nella sua arma migliore, sedici primavere fa.

Non c’è nulla di più poetico di una madre che, colta da un improvviso raptus di violenza, decide la cura perfetta: portare la figlia allo stadio. Eh sì, il rito sacro era questo, perché cosa c’è di meglio che sfidare il freddo con un giornale appoggiato sullo stomaco mentre si siedono vicini sugli spalti? Roba che neanche le migliori spa per il relax familiare.

Da piccola sognava di diventare giornalista? Ma nemmeno per sogno! La vera ambizione era quella di fare il procuratore, tanto per mettersi al servizio della giustizia facendo incarcerare i cattivi. Inutile dire che il destino ha altro in serbo, specie quando i mezzi per studiare scarseggiano. Oggi, guardando indietro, magari sì, quel distillato di senso della giustizia da Bilancia avrebbe potuto fare la differenza… ma si sa, le cose vanno così.

Ha però tenacemente lottato per sdoganare la presenza femminile nel giornalismo sportivo, quel ricco e maschilista parco giochi dove le donne, quando va bene, ottengono qualche comparsata televisiva e molto spesso solo per la loro apparenza. Ah, le copertine! Ma lei quelle le scartava come fosse merce scaduta. L’obiettivo era ben altro: che la sua voce fosse ascoltata per ciò che diceva, non per come appariva. Un’impresa mica da poco, considerando che è stata la prima donna a condurre un programma calcistico in Italia.

Oggi finalmente abbiamo una donna – la bravissima Tiziana Alla – che fa la telecronaca, ma siamo ancora a quota uno, eh. Il calcio resta un feudo maschile bello e buono, dove la voce femminile è considerata poco più che un aerosol nella tempesta. Le donne presidente? Stanze dei bottoni? Ma ci scherziamo? No, qui si crede ancora fermamente che riesca a capire di calcio solo chi ha giocato con un pallone da bambino, preferibilmente con un cromosoma Y ben saldo e funzionante. Le donne? “Non male, ma meglio non contarci troppo.”

La sportività secondo lei: cani, pattinaggio e qualche passeggiata

Quanto è sportiva? Ma dai, portare a spasso dieci cani vale come allenamento? Da bambina faceva pattinaggio e ginnastica artistica, ma alla fine la vera fatica era solo uscire di casa – una sfida non da poco, considerando il livello di pigrizia medio.

In un’era in cui le discipline minori stanno finalmente avendo il loro momento di gloria, quali storie riescono a raccontare che il calcio ormai può solo sognare? Il sacrificio, naturalmente. Mentre i calciatori sono venerati come divinità del pallone, gli olimpionici sono quegli eroi veri che ti fanno pensare ai contorni nascosti dietro a ogni medaglia d’oro, fatica e senso del limite inclusi. La loro è una fatica condivisa, una lotta emotiva che ti fa commuovere, a differenza di quella strana gioia che ci prende per una vittoria di calcio, soprattutto quando si tratta di un risultato uscito dalla maestria del portafoglio più che dal talento puro.

Detto ciò, il calcio resterà sempre il re incontrastato dello sport, anche se la sete di soldi l’ha contaminato fino al midollo. Ma, come la fenice, questo amore per il pallone risorge ogni volta, promettendo di ignorare ancora, per decenni, tutte le contraddizioni e il marciume che lo circondano.

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