La guerra in Medio Oriente ha scatenato il panico sui mercati asiatici, soprattutto in quelli di Giappone e Corea del Sud, che hanno scelto di trasformare una giornata in realtà straordinariamente turbolenta. È quasi una novità, vero? L’escalation militare tra Iran e i Paesi del Golfo ha fatto schizzare i timori di una crisi energetica mondiale, con conseguente caos nelle Borse regionali. Il protagonista indiscusso di questa tragedia finanziaria è l’indice KOSPI di Seoul, che ha rimediato un tonfo superiore al 12%, regalando a tutti gli investitori la peggiore seduta della sua storia recente, cancellando con un colpo di spugna gran parte dei guadagni precedenti. Applausi.
Se vi stavate chiedendo cosa c’è dietro questo tracollo, sappiate che non è solo la paura improvvisa degli investitori. Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran è solo la ciliegina sulla torta di un’economia sudcoreana strutturalmente fragile, dipendente dall’importazione di energia e dal volubile commercio globale. Insomma, un bel mix per le vostre finanze.
Petrolio a più di 100 dollari al barile: il panico che fa bene a qualche lobby
Il conflitto, innescato da raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro Teheran, ha immediatamente mandato in orbita i prezzi del petrolio e del gas. Come sempre, questo ha causato una fuga da quegli asset tanto temuti quanto inevitabili: quelli rischiosi. Nel frattempo, la Corea del Sud, che dipende per più del 95% dal petrolio importato (il 70% proprio dal Medio Oriente), si ritrova a dover affrontare una bolletta energetica da capogiro. Tradotto: bilancia commerciale peggiorata, margini delle aziende in sofferenza e tanto per cambiare, si profila una nuova fiammata inflazionistica. Non sorprende che a fare da caprio espiatorio siano stati titoli automobilistici e tecnologici, cioè quei famigerati settori che reggono l’export coreano.
Come se non bastasse, il won sudcoreano è precipitato fino a quota 1.500 per dollaro, una soglia che ci riporta direttamente ai fasti della crisi finanziaria asiatica del 1997, scatenando nuovi timori di fughe di capitali. Insomma, un revival che non aspettava altro che il suo momento.
Borse asiatiche in caduta libera e una Bank of Japan che decide di fare la saggia
Anche a Tokyo il Nikkei ha deciso di non far da meno, chiudendo con un tonfo superiore al 3,5%. Giappone e Corea del Sud condividono la stessa benedizione energetica: una dipendenza simile dal Medio Oriente che si traduce automaticamente in sofferenze ogni volta che il prezzo del greggio fa le bizze. Il governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, non ha perso l’occasione per sottolineare il possibile impatto significativo del conflitto sull’economia nipponica, suggerendo un mantenimento della linea prudente sui tassi di interesse per un bel po’. Tradotto in soldoni, le banche centrali vogliono fare i saggi lama adesso, intanto che i costi dell’energia salgono e la volatilità valutaria imperversa.
Il mix perfetto di aumento dei costi energetici, rallentamento globale della domanda e variazioni improvvise sui mercati valutari rende la situazione particolarmente gustosa per economie orientate all’export e ad alta intensità industriale. Un vero paradiso per i trader pronti a scommettere sull’incertezza.
La Cina? Più tranquilla, ma solo perché si è messa le scorte in banca
Nel contrappunto più sobrio della crisi, le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno mostrato una resistenza sorprendente, con perdite contenute che fanno sembrare la Corea del Sud quasi un allievo indisciplinato. Anche l’Hang Seng di Hong Kong ha rallentato, ma senza cadere nel dramma dei crolli coreani. A calarla nei panni della «bella e fredda» è la politica energetica di Pechino, che vanta scorte strategiche di petrolio stimate tra 1,1 e 1,4 miliardi di barili: più di tre mesi di importazioni nette. Un investimento intelligente, accumulato soprattutto negli ultimi due anni, quando il greggio era sorprendentemente a buon mercato e l’offerta abbondante.
Chissà se questo atteggiamento previdente basterà a calmare i bollenti spiriti dei mercati nel prossimo futuro, o se sarà solo un altro episodio di quella commedia finanziaria internazionale che tanto amiamo osservare con il popcorn in mano.
Rispetto al duo spettacolare di Corea del Sud e Giappone, Pechino può vantarsi di avere una platea più vasta e variegata di fornitori: la Russia detiene ovviamente il ruolo da protagonista, mentre Brasile e Canada cercano timidamente di farsi notare. Certo, perdere i flussi iraniani sarebbe una mazzata mica da ridere, ma tranquilli, perché intanto Teheran sembrava quasi il fornitore preferito di Pechino negli ultimi anni, con oltre 1,3 milioni di barili al giorno sul tavolo. Ma hey, niente panico! Le scorte accatastate tra terra e mare e la possibilità di pompare di più dalla Russia via terra sono lì a fare da morbido cuscinetto temporaneo, giusto per tirare avanti qualche tempo.
Nel frattempo, gli investitori stanno come sempre con gli occhi sbarrati verso le tanto attese “due sessioni”: quel gigantesco ritrovo politico annuale che mette insieme l’Assemblea Nazionale del Popolo e la Conferenza Consultiva Politica del Popolo a Pechino. L’aspettativa? Nuovi stimoli fiscali e monetari che, come per magia, tengono a bada le vendite sui mercati cinesi. Non è meraviglioso come basta parlare di soldi in arrivo per calmare gli animi?
E cosa potrebbe mai fare il governo? Beh, potrebbe inchiodarsi saldamente alla retorica del supporto alla domanda interna, accelerare la solita tiritera sugli investimenti infrastrutturali e, ovviamente, fingere di intervenire per “stabilizzare” quei mercati finanziari così ballerini. Come se non fosse abbastanza, ci sono anche gli strumenti di controllo statale sui prezzi dei carburanti e la minaccia (anzi, la promessa!) di mettere le mani sulle esportazioni di fertilizzanti e di altre materie prime preziose, così da manovrare la crisi a suo piacimento.



