Orsted si salva ancora e può riprendere il progetto Revolution Wind bloccato da Trump, miracolo o solo confusione?

Orsted si salva ancora e può riprendere il progetto Revolution Wind bloccato da Trump, miracolo o solo confusione?
State Pier di New London, Connecticut. Un’immagine da cartolina del futuro (verde) americano. Peccato che il bello deve ancora cominciare.

Le azioni del colosso danese delle energie rinnovabili Orsted sono schizzate in alto del 5% martedì mattina, subito dopo che un giudice statunitense ha deciso che la compagnia poteva riprendere i lavori sul suo progetto Revolution Wind, quasi ultimato. Sì, perché bisogna sempre stare pronti a festeggiare ogni volta che ti lasciano andare avanti, come se fosse una gentile concessione e non un diritto.

Orsted ha accolto con entusiasmo la sentenza del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, dichiarando che questa mossa permetterà di “riprendere immediatamente le attività interessate”. Come se fosse una cosa ovvia, no?

Tale sentenza rappresenta un duro colpo legale per la venerata amministrazione Trump, notoriamente adoratrice dei combustibili fossili, che ha tentato di mettere il bastone tra le ruote di questo progetto da 5 miliardi di dollari. Ma perché mai?

Alla fine dello scorso anno, la Casa Bianca ha messo in pausa cinque grandi progetti eolici offshore, incluso quello di Orsted al largo delle coste del Rhode Island, giustificandosi con preoccupazioni di sicurezza nazionale sollevate da un Pentagono improvvisamente iperattento. Curioso come la sicurezza nazionale si attivi solo quando tocca il business dei combustibili fossili.

Non stupisce che Orsted abbia risposto con una sfida legale alla decisione dell’amministrazione Trump, lamentando che la sospensione delle concessioni avrebbe arrecato “danni sostanziali” al progetto Revolution Wind. Danni pari, per la cronaca, a un costo di un milione e mezzo di dollari al giorno. Chi paga il conto? Naturalmente non chi ha bloccato i lavori.

Durante l’udienza di lunedì, il giudice distrettuale Royce Lamberth non ha avuto peli sulla lingua, invitando a essere “molto scettici sulle vere intenzioni del governo” nel voler bloccare il progetto, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters. Finalmente qualcuno con il coraggio di dire le cose come stanno.

Lamberth ha ironicamente chiesto all’avvocato del Dipartimento di Giustizia Peter Torstensen:

“Volete fermare tutto, costando loro un milione e mezzo al giorno, mentre decidete cosa fare?”

Un’osservazione quasi banale, ma è proprio da queste banalità che si capiscono le magagne politiche celate dietro decisioni apparentemente burocratiche. Il famigerato Michael Field, capo stratega azionario di Morningstar, ha definito la decisione del giudice un’ottima notizia per aziende come Orsted e il produttore danese di turbine eoliche Vestas, ma ha anche avvertito che l’incertezza del settore è tutt’altro che scomparsa.

Field ha detto:

“Certamente è una vittoria per queste aziende, che negli ultimi anni hanno dovuto affrontare tantissime difficoltà e ora potrebbero davvero approfittarne. Ma… chissà se Trump troverà un modo per aggirare questa sentenza o attaccare nuovamente queste compagnie. Quindi, niente festeggiamenti prematuri.”

Come se il settore rinnovabile fosse una partita a scacchi tra burocrazia, politica e poteri forti, in cui chi è più furbo riesce a tirare avanti, mentre le grandi promesse verdi languono al palo. Il progetto Revolution Wind è infatti una joint venture al 50/50 tra Orsted e Global Infrastructure Partners con la sua divisione Skyborn Renewables. Entrambi avevano già speso circa 5 miliardi di dollari, una cifra da capogiro che rende ancora più ridicola la sospensione ingiustificata.

Le azioni di Orsted sono schizzate in su del 5,2% alle 8:40 ora di Londra (3:40 ET), e anche Vestas ha visto un modesto aumento dell’1,6%. Nel frattempo, il Dipartimento dell’Interno statunitense si è gentilmente dimenticato di rispondere alle richieste di commento di testate come CNBC, perché si sa, il silenzio è una strategia molto utilizzata in politica.

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