Orsted sfida il blocco di Trump al progetto Revolution Wind: la tempesta perfetta dell’assurdo politico

Orsted sfida il blocco di Trump al progetto Revolution Wind: la tempesta perfetta dell’assurdo politico

Un rotore di pala eolica viene sollevato e appoggiato su un supporto vicino alle sezioni della torre nel sito di assemblaggio del progetto Revolution Wind al State Pier di New London, Connecticut, USA, venerdì 24 ottobre 2025. Insomma, un colossale impegno in corso proprio lì, davanti ai nostri occhi indignati.

Nel frattempo, il gigante danese delle energie rinnovabili Orsted, qui noto come il più grande sviluppatore mondiale di parchi eolici offshore, ha deciso di passare dalle parole ai fatti e ha lanciato una causa legale contro l’amministrazione Trump. Perché? Per la sospensione del suo fiammante progetto da 5 miliardi di dollari, il Revolution Wind. A onor del vero, le azioni in borsa di Orsted, quotata a Copenaghen, hanno dimostrato di gradire la notizia, schizzando su di oltre il 4% e piazzando la società tra i migliori performer dell’indice Stoxx 600 pan-europeo. Evidentemente l’ironia del mercato finanziario non riesce a essere abbastanza amara.

Orsted ha annunciato con la solita pacatezza tutta danese che intende chiedere un’ingiunzione giudiziaria contro la decisione del governo americano di bloccare il progetto Revolution Wind, posizionato a una manciata di miglia (circa 15) al largo della costa del Rhode Island. Non proprio in mezzo al deserto, no: qui si tratta davvero di un’imposizione incomprensibile.

Orsted ha sentenziato così:

“Come già avvenuto con l’ordine di sospensione dei lavori ad agosto 2025, il progetto Revolution Wind subisce danni significativi dalla continuazione del blocco del contratto di locazione. Perciò, la causa legale è un passaggio indispensabile per tutelare i diritti del progetto.”

La parte più divertente? Orsted si vanta di aver già speso e impegnato miliardi di dollari contando sulla bontà di un processo di revisione super accurato e rigoroso, che evidentemente qualcuno non ha ritenuto altrettanto “rigoroso” da rispettare fino in fondo. Come biasimarli?

Un’amministrazione a senso unico e le sue priorità

L’amministrazione Trump, con la solita passione per il vecchio e il fossile, ha sospeso i contratti per cinque grandi progetti eolici offshore lo scorso 22 dicembre, incluso il roboante Revolution Wind. Il motivo ufficiale? “Preoccupazioni per la sicurezza nazionale” sollevate dal Pentagono. Sicurezza nazionale o semplice odio per i mulini a vento?

In realtà, con il solito stile che solo un presidente come Donald Trump può regalare, le turbine eoliche sono state bollate come “brutte da vedere” e un “disastro sia economico che ambientale”. Tralasciamo la logica dietro queste parole — si sa, la verità non è mai stata il punto forte di certe dichiarazioni.

Il progetto Revolution Wind è, tra l’altro, una joint venture paritaria tra Orsted e Global Infrastructure Partners, attraverso la sua controllata Skyborn Renewables. Nel 2024, i due partner avevano già messo sul piatto circa 5 miliardi di dollari. Un dettaglio da non sottovalutare, visto che ogni sospensione fa rimbalzare gigantesche somme di investimenti nel nulla.

Insomma, abbiamo un’amministrazione che si dichiara “amica dell’economia”, ma non esita a sacrificare miliardi e un futuro più verde sull’altare dell’ambiguità e dell’ideologia. Nel frattempo, i giganti delle rinnovabili, tra causa legale e bilanci che si sgonfiano, dovranno fare i conti con un giochetto a cui, incredibilmente, sembra non esserci fine.

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