Niente bandiere europee sugli spalti alle Olimpiadi di Milano-Cortina, o almeno non quando c’è da tifare davvero. Il vessillo dell’Unione Europea è ammesso solo durante i rituali cerimoniali, quei momenti in cui tutto deve sembrare democratico e inclusivo. E indovinate cosa è finito nel vortice kafkiano delle assurdità olimpiche? Un bambino di dodici anni. Sì, proprio così, colpevole di essersi presentato a un evento sportivo — la semifinale di hockey femminile tra Stati Uniti e Svezia all’arena di Santa Giulia — con una bandiera a dodici stelle nello zaino. Perché niente dice “spirito olimpico” come far sentire un ragazzino estraneo alla propria identità culturale.
Il piccolo, innocuo e pieno di entusiasmo, era lì con i compagni di scuola per assorbire i “valori olimpici”. Peccato che il simbolo europeo, quello stesso vessillo che dovrebbe rappresentare unità e cooperazione, sia magicamente escluso da questi valori. Durante i controlli di sicurezza, un addetto ha notato la bandiera proibita nel suo zainetto e — senza neanche un briciolo di ironia — gliel’ha strappata per gettarla nella pattumiera come spazzatura. Solo il buon senso di una collega ha impedito che questa operazione da regime autoritario si consumasse davvero, recuperando la bandiera e restituendola al ragazzino con l’altrettanto illuminante raccomandazione di non mostrarla durante la gara.
Il nocciolo della questione risiede nel gioiellino burocratico chiamato Carta olimpica, che decide con la sua solennità che la bandiera dell’Europa non è una “nazione” e come tale, esattamente come la bandiera della Pace, è considerata un simbolo politico inadatto agli spalti. Dimenticate quindi l’unità e la fratellanza: la bandiera dell’UE è troppo “politica” per la gioia delle autorità sportive, benché sia ufficialmente prevista e mostrata durante le cerimonie. Qualche paradosso, qualcuno?
Il padre del bambino, in preda al classico sconcerto genitoriale, si chiede con tutta ragionevolezza come si possa «spiegare a un ragazzino che il simbolo della sua identità culturale deve rimanere nascosto come se fosse il fumogeno di un ultrà».
La Fondazione Milano Cortina ha prontamente chiarito, con quella tipica trasparenza olimpica da manuale, che la bandiera della UE fa infatti parte del set di bandiere ufficiali e ha il suo posto tra i vessilli istituzionali d’onore, con tanto di sventolio nei luoghi di gara. Peccato che la stessa Carta olimpica la consideri in evidente contraddizione con il sacro principio di “neutralità” delle Olimpiadi, come se tutto ciò che rappresenta la politica dovesse essere snobbato nel momento stesso in cui ci si parla sopra fingendo che non esista.
Naturalmente, non è la prima volta che questa regola da tribunale dell’inquisizione sportiva fa parlare di sé: le Olimpiadi di Parigi 2024 avevano già visto scene simili, dimostrando che la neutralità richiesta è quanto di più selettiva e furba si possa immaginare in materia di bandiere e simboli.
La Neutralità? Una Giostra di Contraddizioni
Questa vicenda è l’ennesima conferma di come la presunta neutralità olimpica si trasformi rapidamente in una commedia tragicomica: si tutela un’illibata immagine di apoliticità, però si permette a certi simboli di sventolare mentre altri vengono cacciati come sovversivi. Tutto ciò mentre gli atleti in gara, e i tifosi, sono spesso vittime inconsapevoli di questa retorica che sembra più politica che sportiva.
Il risultato? Un ragazzino che, invece di sentirsi parte di un momento di grande evento e di identità, si ritrova a dover nascondere la sua bandiera perché considerata “troppo politica”. E tutto in nome di una neutralità che, a volerla vedere da vicino, non è altro che una questione di comodo per chi governa le regole del grande spettacolo olimpico.



