Novo Nordisk punta oltre la dieta: investitori nervosi, scienziati con il sorriso da poker

Novo Nordisk punta oltre la dieta: investitori nervosi, scienziati con il sorriso da poker

Ozempic non è solo un farmaco per adulti con diabete di tipo 2, affiancato a dieta e esercizio fisico per migliorare la glicemia. No, è anche il protagonista di un dramma finanziario degno di una soap opera danese. Novo Nordisk, la casa farmaceutica danese che produce questo medicinale, ha vissuto un anno da incubo con un crollo verticale del titolo azionario, culminato nella più grande rivoluzione ai vertici aziendali nella sua storia centenaria. Insomma, gli investitori si sono stancati di aspettare che il pionieristico GLP-1 portasse dritto dritto al forziere pieno di quattrini, visto che il mercato, redditizio sì, ha attirato nuovi predatori affamati.

Nonostante tutto, gli scienziati non si danno per vinti e continuano a cantare le molteplici meraviglie di questo farmaco, che all’inizio si limitava a gestire peso e glicemia, contrastando malattie correlate come le patologie cardiache. Ora però, l’interesse si è allargato fino al cervello, perché – si sa – non basta “curare” il corpo, bisogna anche “addormentare” qualche voglia cerebrale.

Semaglutide, noto al popolo come Ozempic o Wegovy, è un agonista del recettore GLP-1 originariamente sviluppato per tenere sotto controllo la glicemia in diabetici. Ma la parte divertente è iniziata quando i medici, sentendosi un po’ liberi, hanno iniziato a prescriverlo “off-label” a chiunque desiderasse una spinta nella lotta contro l’appetito. Oggi è addirittura approvato per l’obesità e raccoglie miliardi di dollari ogni anno per Novo Nordisk. Non male, vero?

La comunità medica ha scoperto una lista infinita di benefici aggiuntivi che questo farmaco pare regalare. L’FDA americana ha persino approvato Wegovy per il trattamento della malattia epatica, continuando a bruciare ogni puntata del “clinic drama”. Il semaglutide è autorizzato anche per ridurre il rischio di infarti e ictus negli obesi con malattie cardiovascolari e per curare la malattia renale cronica nei diabetici. Insomma, il “farmaco magico” non si ferma mai.

Intanto, sul ring della concorrenza, Eli Lilly sfodera tirzepatide (Mounjaro e Zepbound), un farmaco che fa doppi giri del GLP-1 e del suo enigmatico fratellino GIP, doveva curare l’apnea ostruttiva del sonno in persone obese, ma forse si sta facendo strada anche nelle altre arene.

GLP-1 e cervello: la nuova frontiera degli esperti incantati

Gli studi osservazionali, quelli che guardano con un po’ più di curiosità senza scendere nei dettagli, hanno mostrato che i GLP-1 non sedano solo la fame, ma anche altre voglie un po’ più… socialmente complesse. Alcol, sigarette, droghe ricreative: tutti sembrano calmi e zitti, come bambini davanti a un cartone animato, grazie agli effetti di questi farmaci sul circuito della ricompensa cerebrale.

Laura Nisenbaum, direttrice dell’Alzheimer’s Drug Discovery Foundation, ha confessato a CNBC un certo entusiasmo.

“C’è un crescente interesse nel capire come il semaglutide influenzi le funzioni cerebrali,” ha detto, con la sicurezza di chi sta per scoprire il sacro Graal,

“Capire come l’infiammazione e l’uso dell’energia nel cervello siano fondamentali per le nostre normali funzioni cognitive sarà cruciale.”

Ovviamente questa relazione tra metabolismo e cervello potrebbe essere la panacea per un’infinità di indicazioni neurologiche e neuropsichiatriche dove, a dire il vero, va tutto un po’ a rotoli: umore ballerino, comportamenti scomposti, memoria che fa le bizze.

Nuovi dati accennano al fatto che semaglutide e il suo collega tirzepatide potrebbero essere i primi farmaci davvero “anticonsumo” efficaci, da usare contro voglie smodate di cibo, obesità, alcol, tabacco, droghe e chi più ne ha più ne metta. Uno studio del Saint Luke’s Mid America Heart Institute e dell’Università del Missouri ha gettato le basi di questa rivoluzione, aprendo la strada a una vera e propria nuova era farmaceutica.

Un piccolo trial clinico randomizzato ha scoperto che una dose bassa di semaglutide ha ridotto il consumo di alcol e soprattutto le voglie rispetto al placebo in pazienti con disturbo da uso di alcol, dopo appena nove settimane di terapia. Insomma: non solo dimagrisci, ma dimentichi anche il boccale della domenica.

I ricercatori, con ammirevole sobrietà, hanno concluso che questi risultati meritano studi più ampi sull’uso di questi farmaci come “terapie incretiniche” per l’alcolismo, chissà se sarà il prossimo grande business della sanità globale.

La delusione sull’Alzheimer che forse non è del tutto una delusione

Un altro possibile beneficio di questa miracolosa classe di farmaci riguarda la tanto invocata cura per l’Alzheimer, il santo graal dei neurologi che fa piangere di fronte alla mancanza di risposte definitive. E qui si apre il sipario su quel sottile confine tra speranza e realtà: i dati promettono tanto, ma come sempre il mondo reale è ben più complicato.

Sembrerebbe che la modulazione del metabolismo energetico e dell’infiammazione nel cervello, operata da semaglutide e simili, potrebbe offrire almeno un piccolo spiraglio di luce nelle oscurità di questa devastante malattia. Non male, considerato che ci siamo abituati a milioni di flop mediatici su questo tema.

Insomma, più che un farmaco, semaglutide sembra essere un vero e proprio prodotto multifunzione, un coltellino svizzero della medicina moderna che promette di tamponare tutti i guai possibili – dal peso al cervello, passando per fegato, cuore e reni, con una classe di farmaci destinata a diventare il nuovo “must-have” per chiunque voglia riempire qualche casella sulle etichette delle malattie.

Nel frattempo, Novo Nordisk e gli altri produttori si godono un mercato aperto, dove la fame e la dipendenza sembrano una miniera d’oro, mentre gli investitori si rammaricano di non averci creduto abbastanza, dato che tutto questo gran clamore rischia di durare ancora a lungo.

Novembre, il mese in cui Novo Nordisk ha fatto piangere gli investitori annunciando che il semaglutide non rallenta il declino cognitivo nei pazienti affetti da Alzheimer. Da molti considerato il salvagente per la forma più comune di demenza, il farmaco era stato inizialmente esaltato da studi osservazionali che mostravano un’incidenza più bassa di Alzheimer tra i diabetici trattati con semaglutide rispetto ad altri. Peccato che il glorioso trial durato due anni e in fase avanzata sia risultato un fiasco colossale: nessun miglioramento cognitivo significativo.

E come ciliegina sulla torta, Novo ha annunciato il taglio netto di un’estensione annuale dello studio, evidentemente convinta che tanto valeva risparmiare i soldi piuttosto che fingere di credere a qualcosa di impossibile. Ma non tutti gli scienziati hanno la stessa freddezza: più che un fallimento, è stato definito un “esperimento ben condotto” da cui si può imparare. Come dire, ci siamo sbagliati, ma almeno impariamo la lezione dalla figuraccia.

Ivan Koychev, docente di neuropsichiatria al Imperial College London, ha spiegato con quella compostezza tipica degli sconfitti:

“Il risultato negativo riguarda solo quella specifica popolazione. Il semaglutide, però, sembra agire nella direzione giusta sui marcatori proteici associati all’Alzheimer, riducendo la loro quantità nel liquido cerebrospinale. Insomma, tocca la malattia, forse non abbastanza.”

Non manca un tocco di ottimismo da manuale: si nota anche una riduzione dei biomarcatori dell’infiammazione sistemica, e si spera che questo effetto anti-infiammatorio, se applicato abbastanza presto, possa modificare significativamente il rischio di demenza. Peccato, però, che “il segnale era sempre nel campo della prevenzione, non del trattamento”. Tradotto: se ti scappa il morbo, è troppo tardi per il semaglutide.

Stessa musica da Nisenbaum, che suggerisce di provare il farmaco “prima”, nella fase preventiva, forse per dare un senso alla baracca. Intanto Novo Nordisk si guarda bene dallo sbilanciarsi oltre, in attesa di analizzare tutti i dati e di avere il coraggio di dire qualcosa di concreto sull’effetto del semaglutide nei pazienti con demenza.

La scienza contro la realtà del mercato azionario

Pure con la potenziale svolta sanitaria, Novo si è conquistata la fama di azienda disgraziata tra gli investitori. Nell’ultimo anno e mezzo la società ha visto crollare il valore delle sue azioni come una torre di carte in autunno. Il titolo, che a metà 2024 valeva più di 1.000 corone danesi, oggi si aggira intorno a 320. Uno schiaffo del 50% montato dal vento della concorrenza spietata, soprattutto da parte dell’imperversante Eli Lilly e dalle farmacie compounding che sfornano versioni low cost del semaglutide. Nel frattempo, il mercato non sembra essere affatto colpito dal brillante pipeline di Novo né dal futuro promettente ipotizzato dai biologi di laboratorio.

La pubblicazione dei dati sul trial Alzheimer a novembre ha fatto crollare il titolo del 5,8% in un solo giorno, perché — ironia della sorte — nessuno aveva davvero sperato in un miracolo, e la dirigenza stessa aveva bollato il progetto come una “lotteria”. Un nome perfetto per una scommessa che si è rivelata un flop.

I farmaci per l’Alzheimer attualmente disponibili — Kisunla di Eli Lilly e Leqembi di Biogen/Eisai — riescono a rallentare la malattia solo di un terzo e, ovviamente, provocano effetti collaterali gravissimi. Strano da credere, ma anche queste pillole sono figlie di lunghi, dolorosi studi durati 15 anni pieni di risultati negativi. La scienza, per chi avesse perso la lezione, procede a colpi di delusioni dolorose prima di raggiungere qualche barlume di successo.

Nisenbaum lo riassume così:

“Ogni fallimento ci ha insegnato qualcosa per capire meglio i pazienti e valutare come i farmaci agiscono su di loro. È tutto un gioco a lungo termine.”

Da qui la speranza che semaglutide o farmaci simili, indirizzati ai fattori di rischio, possano un giorno giocare in squadra con Kisunla e Leqembi per combattere la malattia. Ma, ahimè, questa è solo la versione scientifica. Il mercato, come al solito, ha già emesso il suo verdetto impietoso e non sembra affatto convinto.

È davvero sorprendente come il mondo degli investimenti gridi al miracolo per un farmaco e poi, col senno di poi, si ritrovi a contare le pecore montando scenari apocalittici ogni volta che sale qualche nuvola all’orizzonte. Il semaglutide, quella piccola pillola miracolosa che promette di farci dimagrire mentre guardiamo Netflix, non è certo esente da questo tourbillon di aspettative e delusioni.

Intanto, facciamo un salto nella realtà: lo sviluppo farmaceutico non è una corsa sui 100 metri, ma piuttosto una maratona infinite. Gli investitori, invece, hanno l’attenzione di un pesce rosso e preferiscono risultati immediati. Ecco perché la velocità con cui una nuova indicazione per un farmaco raggiunge il mercato è spesso in dissonanza con le ticker tape dei mercati pubblici. Bastano i classici lunghissimi trial clinici per trasformare ogni novità in un’attesa da far impallidire Agamennone.

Ma aspettate, la storia si fa ancora più interessante: il prezioso brevetto sul semaglutide scadrà nel 2031 e 2032. In altre parole, per Novo Nordisk si apre la porta a concorrenti pronti a montare un gran buffet di versioni generiche. Come dire: il castello di sabbia potrebbe sgretolarsi più in fretta di quanto sperato, lasciando spazio a frotte di imitatori con prezzi da discount.

I saggi analisti di Jefferies, con la solita delicatezza, hanno fatto notare a fine novembre: “Non vediamo ragioni valide per imporre un valore minimo al titolo di Novo Nordisk, dato che ora entra nel periodo critico dei 5 anni prima della scadenza del brevetto senza una vera barriera difensiva.”

Aggiungendo poi un tocco di buon senso amaro: “Prezzi più bassi negli Stati Uniti potrebbero stimolare una maggiore domanda e mantenere i pazienti fedeli, ma non crediamo che, a questi prezzi, i farmaci generici e i preparati composti non possano competere.” In buona sostanza, il gigante danese potrebbe ritrovarsi con le mani legate e le tasche vuote.

Ah, e che dire delle pressioni a stelle e strisce? La vecchia amministrazione Trump ha fatto piangere lacrime amare a Novo Nordisk imponendo un forcing per abbassare i prezzi dei farmaci destinati agli americani. Non contenta, ha minacciato di applicare dazi pesanti sulle importazioni, gettando benzina sul fuoco di chi, come Novo, già doveva fronteggiare tempeste politiche e di mercato.

Ma come in ogni romanzo che si rispetti, c’è chi vede la luce in fondo al tunnel. Gli analisti di Goldman Sachs, guidati da James Quigley, si mostrano un po’ più ottimisti. Anzi, vogliono proprio puntare sul cavallo Novo Nordisk, nonostante – sottolineano – che le aspettative a breve e medio termine siano state spazzate via come coriandoli dalla bora.

Ecco la loro perla di saggezza: “Manteniamo il rating Compra su Novo Nordisk, poiché crediamo che ci possa essere un’opportunità di crescita nei volumi, man mano che il mercato dell’obesità si evolve e si ramifica come un parco giochi farmaceutico.”

Chiaramente, non aspettatevi che Novo domini la scena, ma c’è ancora spazio per che Wegovy, CagriSema e persino l’orale Wegovy possano far fruttare un po’ più di valore rispetto a quanto il mercato attualmente concede. Naturalmente, precisano con la prudenza di chi mette il casco anche per andare a prendere il giornale, serviranno tempo e una crescita evidente delle prescrizioni prima che gli investitori siano veramente convinti.

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