Ah, Novartis, il gigante farmaceutico svizzero che non si perde mai un’occasione per dimostrare che l’arte dell’acquisto strategico è una vera scienza. Questa volta punta dritto verso gli Stati Uniti, mettendo gli occhi su Excellergy, una biotech piccolina ma promettente, con la modica cifra di quasi 2 miliardi di dollari. E perché tutto questo in pompa magna? Per una cura allergica di “nuova generazione” che, a detta loro, dovrebbe superare alla grande tutto quello che il mercato attualmente offre. Sì, certo, perché i farmaci vecchi e testati non bastano più, serve sempre qualcosa di nuovo da sventolare come la panacea definitiva.
Il pezzo più prezioso del bottino è Exl-111, un farmaco ancora così acerbo che probabilmente non vedrà la luce in tempi brevi, ma che si aggancerà lo stesso al già fornito arsenale allergologico di Novartis. Questo è il classico “bolt-on” dell’industria, quel tipo di acquisizione fatta più per rattoppare il buco lasciato dalle imminenti scadenze brevettuali che per innovazione vera e propria. A proposito di scadenze, pochi giorni fa Novartis ha fatto un altro bel si acquista, mettendo le mani su Pikavation Therapeutics, filiale di Synnovation, per la bellezza di 3 miliardi, pagando l’affitto di un futuro farmaco sperimentale contro il cancro al seno. Insomma, la filosofia sembra chiara: comprare ancora e ancora, sperando che qualcosa frutti prima che il conto d’arrivo diventi indigesto.
Non dimentichiamo il loro colpaccio di febbraio: l’acquisizione di Avidity Biosciences, che ha portato in dote ben tre programmi in fase avanzata per malattie neuromuscolari, promettendo lanci, quelli sì, un po’ più immediati entro il 2030. Nel frattempo, Excellergy resta una speranza da diversi anni a venire, e il pagamento, ovviamente diviso tra anticipi e tappe di progresso, si concluderà solo nel primo semestre del 2026, sempre che i regolatori decidano di non metterci lo zampino.
Nonostante tutto questo bailamme miliardario, il titolo Novartis si limita a chiudere la giornata con un “inchino” stabile nella borsa di Zurigo, mentre la più piccola Excellergy rimane sostanzialmente in mani private e quindi ben nascosta agli occhi di chi cerca sensazioni forti nel mercato azionario. E la domanda resta: che senso ha giocare a fare il banchiere farmaceutico con un portafoglio che deve continuamente pagare il conto delle scadenze brevettuali, quando tutto il settore si sta leccando le ferite in quella che viene sprezzantemente chiamata la “patent cliff”?
Il sipario su molti dei farmaci più venduti al mondo si sta lentamente abbassando, e entro la fine del decennio i colossi del pharma rischiano di vedere scomparire centinaia di miliardi in ricavi, mentre i generici si avventano come avvoltoi affamati sui loro prodotti una volta simbolo di potere. Il parco giochi delle grandi acquisizioni, quindi, non è solo una questione di ambizione scientifica, ma una danza disperata per mantenere il pallino del gioco.
Quando l’M&A diventa lo sport preferito dei colossi del farmaco
Non è solo Novartis a cimentarsi nel giochino delle acquisizioni miliardarie. L’inizio del 2026 si è rivelato una vera e propria stagione degli acquisti sfrenati per l’industria farmaceutica. Guarda caso, proprio come la seconda metà del 2025, anche i primi mesi di quest’anno sono stati accompagnati da annunci succosi. Merck, per esempio, ha deciso di investire fino a 6,7 miliardi per mettere le mani su Terns Pharmaceuticals. Nel Regno Unito, invece, GSK e AstraZeneca sembrano affilare le unghie, annunciando colpi su colpi per rafforzare i loro portafogli. È come se l’ultimo trend di Wall Street fosse “se ti compri un’azienda in mezzo a un settore che vacilla, forse sopravvivi”.
Chris Sheldon, capo globale dello sviluppo commerciale di GSK, ha dichiarato qualche tempo fa di cercare acquisizioni soprattutto in fasi intermedie dello sviluppo, con budget compresi tra 1 e 2 miliardi, dove la biologia è “validata” ma l’esito è ancora tutto da vedere. Tradotto: vuole giocare sul sicuro senza metterci la faccia, puntando su quei casi che stanno a metà tra la scommessa e la promessa mantenuta. Proprio come Novartis e AstraZeneca, GSK si dedica a quelle che definisce “bolt-on deals” – ovvero comodi arricchimenti del portafoglio che sfruttano sinergie tecnologiche già esistenti.
I numeri non mentono, ma nemmeno consolano
Nonostante questa frenesia da shopping sfrenato, Novartis ha dovuto ammettere che il 2026 inizierà con qualche difficoltà in termini di profitti. Gli eroi di vendita Entresto, un farmaco per il cuore, e altri campioni come Cosentyx stanno per essere brutalmente scippati dalla concorrenza generica. Il suo amministratore finanziario entrante all’epoca, Mukul Mehta, non ha usato mezzi termini a febbraio:
Mukul Mehta said:
“Per la prima metà dell’anno dovremo fare i conti con un difficile confronto con l’anno precedente, visto che i generici di Entresto, Promacta e Tasigna sono entrati nel mercato statunitense a metà del 2025.”
Nel frattempo, però, la compagnia può vantarsi di una crescita robusta su altri fronti: il farmaco oncologico Kisqali e il trattamento per la sclerosi multipla Kesimpta sembrano davvero far decollare la navicella. Peccato che questo non sia sufficiente a coprire le falle che si aprono da più parti, costringendo l’azienda a armarsi di nuovi progetti per il futuro.
Vas Narasimhan, il piccolo CEO intraprendente, ha candidamente definito la situazione un vero e proprio tsunami di scadenze brevettuali, senza precedenti nella storia aziendale. E per rendere tutto più chiaro a chi ascolta:
Vas Narasimhan said:
“Sono 4 miliardi di dollari che dovremo assorbire nel corso di quest’anno, suddivisi su tre medicine.”
Quindi, ci troviamo di fronte all’ennesima tragicommedia della grande industria farmaceutica: produrre cure innovative è importante, certo, ma più importante è dimostrare di saper giocare d’anticipo con acquisizioni e salti mortali finanziari. Il futuro? Ah, il futuro è una partita a scacchi dove ogni mossa vale miliardi, dove le mosse in avanti si alternano a passi indietro, il tutto per mantenere quel delicato equilibrio tra scadenze, vendite e aspettative di Wall Street.



