Non chiamatela remigrazione, ma a quanto pare non fa poi così paura

Non chiamatela remigrazione, ma a quanto pare non fa poi così paura

Matteo Salvini, nel suo ruolo di vicepresidente del Consiglio e segretario della Lega, si diletta a fare il filosofo della politica a margine di un incontro a Milano. Quando gli viene chiesto della famigerata “remigrazione” – un termine che fa tremare le vene e i polsi ai più – lui, con quella disarmante noncuranza tipica del politico navigato, ci tiene a rassicurarci: “Sono i giornali che ne stanno parlando, i manifesti li vedete: parliamo di sicurezza, di pace, di identità e di contrasto al fanatismo islamico.” Naturalmente, nessuna traccia del temutissimo termine “remigrazione” sui cartelloni elettorali. E comunque, aggiunge il verbale, non gli spaventa perché – udite udite – “siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee”. Commovente, davvero.

Il 18 aprile, data prescelta per la manifestazione dei Patrioti, si preannuncia già carica di aspettative e di accuse. Per chi avesse ancora dubbi, qualcuno ha avuto la brillante idea di puntualizzare la differenza tra “rimpatri” e “remigrazione” (perché sì, a quanto pare anche il vocabolario è un campo di battaglia). Salvini, con la saggezza di un grande giurista lessicale, commenta: “La discussione semantica la lascio a voi”. Traduzione: lasciate perdere, a me interessa ben altro. Ovvero, ci tiene a sottolineare, “un contrasto serio, importante, ancora più deciso all’immigrazione clandestina.” E, ovviamente, una nuova riflessione – ma non una qualunque, no no, “più seria e controllata” – sui criteri per concedere cittadinanza e permessi di soggiorno. Da manuale.

Non preoccupatevi, però: “Nessuno si sogna di rimandare a casa gli immigrati regolari perbene che sono qua”. Una rassicurazione che lascia sidereamente intuire che, al contrario, quelli indefiniti non regolari saranno il vero bersaglio del nuovo corso leghista. E qui potremmo aprire una lunga parentesi sul concetto di “perbene”, ma lasciamo stare, non vogliamo rovinare la festa.

La mobilitazione in città e le proteste

Intanto, il Remigration Summit, organizzato dagli autoproclamati “Patrioti europei” – una combriccola che vede tra i suoi membri la stessa Lega di Salvini – si prepara a far parlare di sé con una manifestazione che promette scintille. E come da copione, non mancano le contromanifestazioni a dare pepe alla situazione.

La rete No Cpr ha infatti indetto una giornata alternativa dal significativo titolo “Milano è migrante”, tutta dedicata a un motto degno di un fumetto d’epoca: “Fuori i razzisti e i fascisti da Milano”. Quel tipo di slogan che fa sempre colpo nelle piazze, specialmente quando si parla di temi delicati come immigrazione e diritti civili. Insomma, la città si prepara a una vera e propria gara a chi urla più forte, per la gioia dei cittadini che, presumibilmente, aspettavano altro dalla vita.

In tutto questo bailamme, il solito cocktail di ipocrisia e retorica politica si mescola con i problemi molto concreti di integrazione, sicurezza e diritti umani. Certo, non si poteva chiedere a Salvini di fare il diplomatico: lui è il campione indiscusso del “parlare chiaro” – almeno sulla carta – anche se poi spesso si perde nella selva di parole e dépliant senza mai affrontare davvero il cuore della questione.

Ma alla fine, cosa c’è dietro tutto questo teatrino? Forse solo un modo per tenere buona la base elettorale e guadagnare qualche titolo sui giornali senza rischiare veramente nulla di concreto. La “remigrazione” resta un concetto astratto, gli immigrati “perbene” hanno il loro pass, e la “sicurezza” diventa il nuovo mantra del giorno, da declamare senza troppe conseguenze.

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