Nitto Santapaola se n’è andato e il mondo non sembra troppo scosso

Nitto Santapaola se n’è andato e il mondo non sembra troppo scosso
San Paolo di Milano Nitto Santapaola, al secolo Benedetto, uno dei boss mafiosi più potenti e, ovviamente, sanguinari di Cosa Nostra. L’uomo, di ben 87 anni (un’età invidiabile soprattutto per chi ha passato una vita a sfidare la legge), stava scontando il regime di carcere duro 41 bis nel penitenziario di Opera. Il 25 febbraio era stato ricoverato in ospedale, quasi come fosse in attesa di un diploma honoris causa per la carriera criminale. La procura di Milano ha ordinato l’autopsia, giusto per scrupolo, visto che la morte è arrivata in modo del tutto naturale. Santapaola era considerato il mandante di stragi e omicidi, compreso l’attentato di Capaci del maggio 1992, quello in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta. Arrestato il 18 maggio 1993 in un casolare di Mazzarone, provincia di Catania, dopo ben 11 anni di latitanza, la sua carriera criminale si è conclusa con un lieto fine cinematografico… per lo Stato.

Se ci trovassimo a scrivere un best-seller sulla mafia, certamente Nitto Santapaola rappresenterebbe uno dei protagonisti più virtuosi (a suo modo). Nato a Catania il 4 giugno 1938, figlio di una famiglia poverissima, entrò ben presto nel giro sbagliato, come testimoniano le prime denunce risalenti al 1962: furto e associazione a delinquere. Un curriculum vitae da Oscar perfettamente calibrato per scalare le gerarchie malavitose della città etnea, dove divenne capodecina della famiglia guidata da Giuseppe Calderone. Ma attenzione, non è mica facile! Ufficialmente era ‘commerciante’: venditore ambulante di frutta, poi imprenditore impressionante del settore automobilistico. Nel 1981 fece inaugurare la sua concessionaria Pam Car alla presenza – neanche a dirlo – delle autorità cittadine. Un’immagine plastica dell’incastro perfetto tra l’economia legale e il dominio del crimine.

Negli anni Settanta, Santapaola si trovò a combattere con i rivali dei Cursoti e dei Carcagnusi, tipici nomi da film western mafioso, guidati da figure altrettanto note come Santo Mazzei. La faida insanguinò Catania fino al 1978, anno in cui il 8 settembre Nitto decise che era arrivato il momento di farsi strada al meglio: fece ammazzare il suo stesso capo, Calderone, con la benedizione dei corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano. L’inizio del suo regno fu così segnato dal sangue… e dalla genialità strategica.

Il suo nome balzò agli onori delle cronache nazionali dopo la strage di via Carini, 3 settembre 1982: a Palermo vennero uccisi il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Un falso testimone lo indicò tra i killer, ma l’accusa cadde miseramente come un castello di carte. Eppure il suo nome rimase nei pezzi di carta di molti processi coordinati da Giovanni Falcone. Al maxiprocesso venne condannato in primo grado come mandante, salvo poi venire assolta “per non aver commesso il fatto”. Un classico, il trucco giudiziario che scandì la sua lunga saga tra ergastoli confermati e assoluzioni spettacolari.

Il 5 gennaio 1984 il giornalista Giuseppe Fava, fondatore della rivista I Siciliani e famoso per aver scoperchiato l’omertà tra mafia e imprenditoria catanese, venne assassinato. Come un premio fedeltà, Fava aveva indicato quattro “cavalieri” – Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci – come punti cardine di un maledettamente opaco sistema di potere. Diciannove anni dopo, il processo “Orsa Maggiore 3” decretò che la mente dietro l’omicidio era proprio Santapaola. Condannato all’ergastolo nel 2003, la sentenza gli calzava a pennello.

Ma l’apice della sua carriera criminale coincide con le famigerate stragi del 1992. Il 23 maggio, sull’autostrada A29, uccisero Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta; il 19 luglio, in via D’Amelio, toccò a Paolo Borsellino e alla sua scorta. Secondo i “collaboratori di giustizia” (chi meglio di loro?), Santapaola partecipò alle riunioni della “Cupola regionale” dove si deliberò la strategia terroristica. Anche qui, condanna all’ergastolo confermata nel 2008. Il suo nome si accostò a quello degli intoccabili vertici corleonesi di Totò Riina, in un processo che alcuni osano definire una pietra miliare nella lotta dello Stato alla mafia. Pietra miliare o passo lento e incerto, si vedrà.

La caduta (e lunga agonia) di un boss

Detenuto a Opera sotto regime di isolamento – pensate un po’, una specie di prigionia ancora più dura per evitare che potesse continuare a sentenziare dall’interno – Santapaola ha attraversato in prima linea le trasformazioni mafiose più significative: i processi a Totò Riina, l’arresto del superlatitante Bernardo Provenzano, la cattura di Matteo Messina Denaro, fino alle scoperte giudiziarie sulle stragi del biennio 1992-93.

Ecco il capolavoro tragicomico: il suo potere, scrivono le sentenze, non si è dissolto con l’arresto. Nel 2020, in piena pandemia, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha ironicamente respinto la sua richiesta di domiciliari, praticamente un invito a restare un ‘ospite’ fedele durante l’emergenza Covid. Una figura ormai anziana e malandata, ma ancora simbolo di un’epoca in cui la mafia mise in scena la sua versione più brutale e arrogante, scegliendo la guerra aperta con lo Stato. Una vera pièce teatrale lunga decenni.

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