Il nostro Presidente, rivolgendosi al segretario generale di Palazzo Madama, ha scandito con la delicatezza di un mattone:
“Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”
Sì, proprio così, un imperdibile momento di pura cortesia istituzionale targato La Russa che, tra l’altro, sembrava un po’ confuso su chi fosse l’autore del “clamoroso” grido in aula.
Antonio Nicita, l’improvvisato protagonista della giornata, ha provato a spiegare:
“Non stavo urlando, stavo solo rispondendo con una battuta dopo l’intervento di Licheri dei 5 Stelle. Si è creato un piccolo battibecco e ho detto qualcosa, non ricordo nemmeno cosa.”
Dunque, dinamiche normalissime di aula, per le quali, gentilmente, il presidente potrebbe limitarsi a fare un richiamo all’ordine, invece di scendere nell’insulto da bar sotto casa. Notevole solidarietà è stata invece riservata al segretario generale, costretto suo malgrado ad ascoltare cotanta poesia verbale.
Naturalmente, Nicita non ha ceduto alla tentazione di trasformare il tutto in uno scontro personale con La Russa, ricordando che le scuse dovrebbero rivolgersi non a lui ma a tutta l’aula, anzi, a tutti i senatori, in quanto l’offesa rispecchia un affronto istituzionale collettivo che va sicuramente oltre il semplice fastidio individuale.
Per la cronaca, i colleghi della maggioranza, ignari di quanto detto, hanno espresso qualche lacrima di solidarietà, ma il momento è passato in sordina perché… indovinate? Il microfono era spento. Il capolavoro dell’insulto dunque non è stato ascoltato dagli astanti in aula, ma miracolosamente si è fatto strada con l’ausilio prejudiziale della tecnologia.
A proposito, il video dell’accaduto non è stato fatto circolare da politici o giornalisti paladini della democrazia, bensì dal figlio 18enne di Nicita, probable fonte autorevole per valutare il grado di decoro istituzionale percepito dagli under 20. Immaginate l’imbarazzo nel dover spiegare al proprio figlio che il presidente del Senato lo ha appena insultato pubblicamente. Fine dei sogni di una dolce educazione civica e politica a casa.
Niente di nuovo sotto il sole per La Russa che aveva già fatto parlare di sé per comportamenti sopra le righe, ma questa volta ha davvero esagerato: non ci troviamo più al bar dopo una partita di calcetto, no, siamo nell’aula del Senato, l’apice della dignità istituzionale. E la dignità ha fatto ciao ciao con la manina.
Ora si pensa a una bella indagine disciplinare per valutare se il nostro Presidente meriti una reprimenda a suon di protocolli e magari qualche punizione accademica, giusto per ristabilire un pizzico di decoro e rispetto politico.
Nicita ha sottolineato:
“Quel che si può fare è applicare le normali procedure disciplinari previste quando un senatore si lascia andare a insulti così gravi. Si può costituire una commissione per decidere eventuali sanzioni.”
Naturalmente si rimanda al gruppo del Partito Democratico per dare ulteriori coordini e strategiche dritte alla questione. Quel che è certo è che l’episodio offre uno spettacolo niente meno che disarmante per chiunqueunque creda in un minimo di etica in politica.
Un insegnamento scolastico da manuale
Come ciliegina sulla torta, Nicita ha ricordato che spesso gli studenti assistono alle sedute, e la vicenda è senz’altro un modello di comportamento esemplare da trasmettere ai più giovani. Un esempio fulgido di quale lezione civica impartisca un Presidente che si diverte a insultare i colleghi davanti alle telecamere. Forse l’idea è quella che il potere conferisca licenza di bullismo, impunità e mancanza di rispetto della dignità altrui.
La domanda da un milione di euro resta: come possono ancora mantenere un briciolo di credibilità le nostre istituzioni democratiche se in aula ci si comporta così? Le scuse non sarebbero solo un vezzo ma un dovere morale e istituzionale verso ogni singolo senatore e, per estensione, verso l’intero Paese che meriterebbe un po’ più di pudore e decoro da parte di chi lo rappresenta.
Per concludere, è il minimo che pretendiamo quando qualcuno siede dietro la presidenza di Palazzo Madama, un posto simbolico e non un palco per gli insulti da bar sport.



