Le azioni Nestlé sono salite del 3% giovedì, come se non fosse mai successo nulla, dopo che il produttore di Nescafé e KitKat ha annunciato una crescita organica delle vendite per il quarto trimestre superiore alle aspettative degli analisti. Una vera sorpresa, visto quanto era attesa questa evoluzione naturale e prevedibile.
Il tasso di crescita organica, il dato che tutti fissano come fosse l’oracolo di Delfi, si è stabilizzato al 4%, lasciando a bocca asciutta il consenso FactSet che si era accontentato di un modesto 3,55%. Per il 2026, la stessa Nestlé si è posta come traguardo una crescita organica tra il 3% e il 4%, accompagnata da un miglioramento del margine operativo aziendale sottostante, già salito al 16,1% nel 2025. Con queste cifre, nessuno potrebbe mai sospettare che il mondo dell’alimentare abbia delle difficoltà.
La compagnia di Vevey, Svizzera, ha poi annunciato che intende vendere l’ultima fetta del suo impero ghiacciato, cioè il business del gelato, a Froneri, detentore di Haagen-Dazs e joint venture tra PAI e Nestlé. Ma non finisce qui: sempre nel primo trimestre, ha avviato la pratica formale per liberarsi anche della divisione acqua, con brand prestigiosi come Henniez e Perrier, che prevedono di essere “deconsolidati” entro il 2027. Insomma, più che una strategia di diversificazione, sembra la pluri-dieta restrittiva di un gigante in crisi di peso.
Le azioni, nel frattempo, oscillano con una normale allegria del +2,6%, portando il rialzo del titolo a circa il 2% da inizio anno. Un vero fuoco d’artificio nel mondano panorama finanziario.
Sotto la nuova leadership del duo composto dall’amministratore delegato Philipp Navratil e dal presidente Pablo Isla, ex di Inditex, la multinazionale ha deciso di puntare tutto su una “semplificazione” della sua gigantesca struttura. Dopo anni di performance operative e quotazione in borsa da fegato in crisi, finalmente un cambio di registro che tutti aspettavano da tempo.
Philipp Navratil ha dichiarato:
“Stiamo accelerando la nostra strategia. Ci concentriamo su quattro business, guidati dai nostri marchi più forti, con risorse prioritizzate e un’organizzazione semplificata.”
Nel corso del confronto con gli analisti, il CEO ha definito il segmento restante del gelato “forte, ma piccolo e una distrazione” — che tradotto dal linguaggio aziendale significa: “Non ne vogliamo più sapere.”
Gli esperti di Jefferies hanno liquidato la cosa così, con un candore da manuale: i piani di portafoglio della società “sono per ora poco cambiati e senza colpi di scena”. Un vero giallo, se si pensa all’attesa e alle preoccupazioni che hanno preceduto il rapporto trimestrale.
UBS, sempre pronti a mettere il carico, ha osservato che i risultati riflettono segnali iniziali di progresso, con la forza trainante delle vendite nel settore dolciario, delle bevande e della cura per gli animali domestici, che hanno spinto la crescita nel quarto trimestre. Insomma, meglio un cane felice con una barretta KitKat che un consumatore umano soddisfatto, vero?
Il richiamo del latte in polvere: la dolce grana
Ad aggiungere pepe a questa sfera di cristallo alimentare, c’è stato un richiamo massiccio di formule per lattanti, che ha travolto non solo Nestlé ma anche il rivale Danone e il colosso privato francese Lactalis. Un vero toccasana per la fiducia degli investitori e delle famiglie.
Nel bel mezzo della sua conferenza allegramente trionfale, Nestlé ha puntualizzato che le sue previsioni di crescita organica tengono conto di un impatto negativo di 20 punti base derivante proprio da questo richiamo, senza contare i 1,7 miliardi di franchi svizzeri di costi legati a ristrutturazioni, quasi tutti legati a questo fastidioso problema.
In sintesi, una crescita robusta e senza macchia, a patto di ignorare il piccolo dettaglio del richiamo potenzialmente dannoso per la salute e la fidelizzazione del cliente. E mentre il gigante svizzero si sbarazza degli affari “distrattivi” come acqua e gelato, il mondo sorride ammirato per la strategia ninja della trasparenza selettiva.



