Bentornati nel meraviglioso mondo della trasparenza politica internazionale, dove tutto è limpido come una palude e le verità vengono svelate solo quando fa comodo. Ed eccoci qui, due anni dopo la morte di Aleksei Navalny in una colonia penale russa, pronti a sbandierare al mondo la certezza di un avvelenamento. Peccato che fino a ieri fosse solo una teoria avvolta nel mistero e nelle smentite diplomatiche.
Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, con la proverbiale delicatezza di chi getta una bomba diplomatica, ha dichiarato di avere “prove” schiaccianti insieme ad altri cinque Paesi. Ovvio, è necessaria una coalizione internazionale per smarcarsi da qualsiasi responsabilità e puntare il dito tutti insieme verso il solito colpevole: Vladimir Putin.
Jean-Noel Barrot ha detto:
“Attraverso analisi dettagliate condotte in laboratori specializzati, abbiamo dimostrato che a Navalny è stato somministrato un veleno che molto probabilmente ha portato alla sua morte.”
“Molto probabilmente”, la frase chiave da incorniciare. Quel tocco di prudenza che fa sempre tanto bene quando si tratta di fare accuse gravissime senza un’immediata, e ovviamente impeccabile, dimostrazione pubblica. Ma non temete, cari spettatori: queste sono “prova” – così la definiscono – che scagiona ogni dubbio.
In questa rappresentazione degna del miglior teatro dell’assurdo, Putin non viene accusato soltanto di stendere un velo di mistero sulla morte di un oppositore, ma di avere tra le mani un intero arsenale chimico pronto a zittire chiunque osi mettersi di traverso. Libertà di stampa? Opposizione? Solo parole vuote sacrificate sull’altare del potere autoritario.
Peccato che, parallelamente, amanti della diplomazia e astuti strateghi continuino a danzare sul filo di queste “prove”, pronti a usarle quando fa comodo o a ignorarle quando invece servirebbe un approccio più rigoroso e meno politico. Perché, si sa, in geopolitica la verità è solo il primo sacrificio sulla tavola della convenienza.
La danza delle prove e delle contraddizioni
Nel frattempo, i laboratori “specializzati” che dovrebbero dimostrare l’inconfutabilità di questo avvelenamento restano misteriosi come un’abitudine comune nel mondo dell’intelligence e delle grandi diplomazie. Chissà quali standard di trasparenza vengono applicati, o se semplicemente si tratta di un’altra pièce da mettere in scena all’Onu e davanti ai media europei.
Non manca poi la solita narrazione monocorde, dove la Russia si ritrova a recitare il ruolo del cattivo assoluto, disposto – secondo questi nuovi messaggi di condanna – a tutto pur di soffocare ogni dissent.
In poche parole, un copione che ormai ha fatto scuola: imputare a Mosca ogni crisi, ogni caduta, ogni voce fuori dal coro. Quelle stesse voci che, ironia della sorte, spesso vengono amplificate proprio da chi ora si proclama campione dell’indagine e portatore di verità.
Tutto questo, beninteso, mentre il mondo continua a guardare altrove quando si tratta di situazioni analoghe (o peggiori) che si consumano altrove, con protagonisti ben diversi, ma meno comodi da accusare nei talk show e nei palazzi del potere occidentali.
In conclusione, ci troviamo di fronte all’ennesima rappresentazione teatrale della guerra diplomatica, dove la morte di un oppositore politico diventa arma di propaganda ma anche scudo perfetto per mascherare i tanti compromessi e i giochi di potere che veramente regolano il mondo. Complimenti ai registi di questo spettacolo triste ma ampiamente prevedibile.



