«Una volta tolta la sedazione a Domenico, il piccolo non si è risvegliato e, dopo aver valutato senza alcun dubbio una prognosi decisamente funesta, ho inviato una pec al Monaldi, dove la famiglia ha richiesto una pianificazione condivisa delle cure». Parole di Francesco Petruzzi, l’avvocato della famiglia, che ha preso la parola nella trasmissione Dritto e rovescio su Rete4, in compagnia della madre del bambino, reduce da un trapianto di cuore danneggiato proprio a Napoli.
Per i pochi che non lo sapessero, la pianificazione condivisa delle cure è un’istituzione nata nel 2017, che ha l’arduo compito di mediare tra medico e paziente in presenza di patologie croniche, invalidanti o inesorabilmente peggiorative, con prognosi da passarci una notte insonne. Consiste nell’accordarsi preventivamente su quale strada prendere quando il paziente non può più esprimere il suo prezioso consenso o si trova in incapacità. E no, non si tratta di eutanasia, ci tiene a precisare il legale, ma di evitare il famigerato accanimento terapeutico, spostando il focus dalla vana guarigione all’inutile ma adorata “alleviazione della sofferenza”.
Petruzzi ha poi aggiunto, con tutta la calma del mondo: «Il Monaldi, dopo appena un’ora dalla pec, ha accettato e domani si svolgerà il primo incontro a cui parteciperanno i genitori, il nostro medico legale, il dottor Scognamiglio, e il medico curante per pianificare il percorso terapeutico. Attenzione, solo per alleviare il dolore, niente di più».
«Oggi sto assai più male del solito, però finché mio figlio respira… è lì, è ancora lì», dichiara la madre con voce da Oscar. La signora Patrizia Mercolino, che non perde mai occasione di ringraziare gli italiani per l’assordante solidarietà e… scarica la responsabilità economica come una patata bollente: «Mi fa molto piacere tutta questa vicinanza, ma apro qui una piccola parentesi: desidero ringraziare tutti coloro che vogliono donare soldi per dimostrare vicinanza, ma io rifiuto qualsiasi donazione in denaro. Preferirei che fossero fatte all’associazione Aido». Ovviamente.
Nonostante il dolore che probabilmente dovrebbe farla tacere, si concede qualche parola sul figlio: «Era un bambino vivace, instancabile. Non si fermava mai. Non si fermava mai». Sembra quasi un ritornello per scacciare la realtà drammatica. Poi la straziante memoria del 23 dicembre: «L’ho portato in ospedale perché finalmente era arrivata la sua salvezza, la speranza di una vita intera. Invece, le cose hanno preso una piega ben diversa. La nostra vita è cambiata per sempre».
Già, la speranza ora si ammanta di rassegnazione, quasi fosse un elegante vestito scuro da indossare per un funerale che nessuno vuole ammettere. Anche i fratellini di Domenico, di 5 e 11 anni, sembrano aver capito il triste copione: «Volevano il fratellino a casa – confida Patrizia –, ma credo abbiano ormai compreso che il fratellino non tornerà più».



