Mojtaba Khamenei sparito dalla circolazione: il mistero che nessuno osa spiegare

Mojtaba Khamenei sparito dalla circolazione: il mistero che nessuno osa spiegare

Il discorso di insediamento che tutti immaginavano, speravano e aspettavano con il fiato sospeso? Inesistente. Mojtaba Khamenei, il neo Ayatollah supremo dell’Iran, si è dileguato come un prestigiatore professionista al momento clou, mancandoci il debutto previsto come guida suprema. Due le splendide ragioni dietro questa sparizione da manuale.

Prima di tutto, la salute è un dettaglio che si insegue più che si comunica. Mojtaba ha perso nel primo giorno di guerra più di qualche lettera del suo albero genealogico: papà, moglie e altri cari sono stati “moralmente” allontanati, ma non lui, che ha la fama di sopravvivere anche a un attacco isreo-americano diretto al bunker dove si trovava. Ufficialmente, la televisione di stato si limita a dire che è “rimasto ferito”, perché sarebbe brutto ammettere che una gamba non c’è più. E infatti, nelle leggende metropolitane online, spunta un’amputazione che lo trasforma magicamente in un simbolo di resistenza invincibile. Peccato che, per essere davvero un cult leader martire, forse dovrebbe almeno mostrarsi in pubblico senza sembrare un incrocio tra un fantasma e un ferito di guerra poco convinto.

Il secondo motivo è spettacolare nella sua tragicomica logistica: trovare un palco, o almeno una zona sicura, dove possa parlare senza finire come “dead man walking”, come lo hanno definito sarcasticamente gli amici di Gerusalemme e Washington. Una specie di gioco del tiro al bersaglio in cui il bersaglio è un uomo che capirebbe volentieri l’arte del mimetismo, ma soprattutto la definizione di “incolumità”. E giudicate voi: quando il comitato di saggi lo designava, l’aviazione israeliana bombardava Qom, la città sacra scelta per il discorso, confermando la tradizionale puntualità nella gestione del “fa’ quel che vuoi, ma stai zitto”.

Un gioco di potere tra strappi, testamenti e intrighi

Nel frattempo, tra i retroscena degni di una telenovela persiana, spunta il noto episodio del testamento strappato del defunto Ali Khamenei. Il nulla cosmico ha lasciato spazio a un sibillino tweet firmato da chi vuole dimostrare di avere spie ovunque, perfino nelle stanze dove si stira il kashmir: il famigerato documento è stato misteriosamente “strappato” o forse semplicemente nascosto, e conterrebbe niente meno che un divieto espresso a scegliere Mojtaba come erede. Un ricordo affettuoso sì, ma niente ruolo dirigenziale, grazie.

Il documento sarebbe una specie di guida spirituale di Ali Khamenei sull’identikit del successore ideale, che, velatamente, aborre persino l’idea di una successione dinastica — roba troppo monarchica per gli sciiti di Teheran, che preferiscono invece sfarinare gli avversari a colpi di fatwa. Mojtaba, da parte sua, si presenta al gran ballo senza titoli di legittimazione e senza curriculum degno di nota, il che fa pendere la bilancia del favore verso una nomina che sembra più una scommessa persa o una sfida lanciata al destino.

Non poteva mancare l’ammonimento, nemmeno in un contesto tanto drammatico: messaggi criptici avvertirebbero il neocapo che il suo bunker non è poi così impenetrabile, specie se le falangi interne decidessero di giocare a chi fa la pallina con la sua testa. Ricordatevi di Ismail Hanyieh, politico di Hamas eliminato a Teheran qualche anno fa. Avviso chiaro, no?

Ironia della sorte, sembra che la scelta su Mojtaba non sia stata una questione di pura predilezione, ma una reazione sprezzante contro il desiderio occidentale di un leader docile. Tanto più che Donald Trump aveva messo il cappello sul successore iraniano come fosse un giocattolo da collezione, sperando di poter firmare l’atto di nascita di questa nuova era su misura.

Naturalmente, Gerusalemme storce il naso su tutto questo teatrino: chi lo governi l’Iran è irrilevante, l’importante è renderlo un branco di rottami fumanti diplomatici e militari, privi di qualsivoglia potenziale nuocere allo stato ebraico. E così la campagna militare prosegue con fervore, al grido di “bombardate tutto, persino i depositi di carburante”, perché cosa c’è di più efficace dell’annegare un nemico nella crisi energetica?

Al di là del teatro della guerra, la realtà è che le casse degli Ayatollah scivolano tra paradisi fiscali d’alta classe, e la speranza è che, negando persino l’ossigeno finanziario, la bestia iraniana possa finalmente essere domata. Tanto vale applaudire all’ipotetico “eroismo” di un leader ferito, silenzioso e in fuga, destinato a diventare forse l’ultimo sipario di un palcoscenico segnato più da strappi che da eleganza.

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