Accadde intorno alle 9:30, quando il braccio della gru, invece di fare il suo dovere come si conviene, ha deciso di mollare, sganciandosi o cedendo miseramente. Il risultato? Un cestello che precipita e due individui che finiscono in caduta libera, con esiti tragici per l’anziano e un ricovero in condizioni critiche per il figlio.
Ovviamente, oltre a ripescare corpi e rispondere alle domande ovvie, sono subito intervenuti i soliti eroi del 118, tra cui un elisoccorso, carabinieri, vigili del fuoco e – dulcis in fundo – la Medicina del lavoro dell’Ausl. Giusto per fare la “pura burocrazia”, hanno avviato le indagini per stabilire la dinamica esatta di questa triste, prevedibile eppure sempre scioccante tragedia, e per verificare eventuali responsabilità. Come se non fosse scontato che, dove c’è un incidente, qualcuno abbia sgarrato.
Morti sul lavoro: il copione si ripete, ma nessuno cambia il finale
Non è una novità, ma fa sempre il suo effetto: operai che muoiono mentre fanno il loro mestiere, come se il lavoro fosse un videogioco pericoloso senza opzioni di salvataggio. Le storie si ripetono: Napoli, Roma, Modena, ovunque nella penisola, la cronaca nera del lavoro si scrive con le stesse parole, le stesse lacrime e, soprattutto, lo stesso spreco di vite umane.
Eppure, come per incanto, si continua a discutere, promettere leggi nuove, controlli più severi e misure protettive. E, come per incanto, le stesse condizioni precarie e le stesse tragedie ricompaiono sulla pagina dei giornali. Forse si tratta di un’arte invisibile: quel perfetto equilibrio tra interesse economico e compassione apparente, dove chi lavora è sempre sacrificabile, e chi dovrebbe proteggerlo è più impegnato a scrivere rapporti che a fare sicurezza vera.
Responsabilità? Meglio non disturbare il manovratore
Il sempre puntuale intervento degli enti di controllo è un vero spettacolo: arrivano con sirene e lampeggianti, fanno fotine e verbali, promettono indagini approfondite. Poi nulla cambia, o al massimo si applicano mezze misure, giusto per calmare l’opinione pubblica fino al prossimo incidente.
Insomma, per la sicurezza sul posto di lavoro sembra valere la regola del “tanto peggio, tanto meglio”. Perché la macchina produttiva non può fermarsi, vendere costa, e le vite umane sono solo alibi o numeri da archiviare in fretta.
Nel frattempo, chi perde un padre, un figlio o un collega si trova davanti a un desolante spettacolo: funerali, lacrime, qualche fiore e poi… silenzio. La politica si riempie la bocca di “impegno”, ma c’è sempre troppa confusione tra parole e fatti, tra promesse e realtà. Forse perché l’industria del dolore crea più profitti della prevenzione reale.
In conclusione
Il dramma di Roberto Gavioli è l’ennesimo capitolo di una saga infinita di tragedie sul lavoro, una storia che conosciamo fin troppo bene. Eppure, sembra che l’unico vero rischio sia continuare a ignorarla. Quando cade una gru, non crolla solo un pezzo di acciaio: crollano dignità, tutele e la pazienza di chi ogni giorno mette a rischio la propria vita per un salario che spesso non basta neanche a seppellire i sogni infranti.



