Minacce razziste a una docente universitaria, lui beccato e denunciato: la solita storia da far tremare i polsi

Minacce razziste a una docente universitaria, lui beccato e denunciato: la solita storia da far tremare i polsi
Università di Pisa, che dopo la sua pubblicazione dedicata all’attentato alla sinagoga ortodossa di Manchester, ha scatenato una pioggia di odio rancoroso e insulti pesantissimi, tutti sfoggiati da un singolo profilo. Parliamo del settembre scorso, naturalmente: perché ogni occasione è buona per tirare fuori vecchie ossessioni, riferendosi non solo a date ben note come il 7 ottobre, ma sfiorando anche le nefandezze dei campi di concentramento. Sì, proprio così, una vergogna che non ci meritiamo.

Ma la brava professoressa non ha certo scelto la via del silenzio. Ha denunciato, e come in una di quelle storie da film che tutti vorremmo vedere più spesso, l’Digos di Pisa si è messa subito al lavoro, coordinata dalla procura locale. Lo sforzo investigativo ha prodotto risultati: il presunto autore di tanto veleno è stato individuato. Un quarantenne di Cesano Boscone, nell’hinterland ovest di Milano, ora deve rispondere di minacce, diffamazione e – per non lasciare niente di intentato – istigazione a delinquere. Naturalmente, con tanto di aggravante per motivi di odio razziale e religioso. Ah, e nel pacchetto anche l’uso di strumenti informatici, così da lasciare ben poco spazio a dubbi sul mezzo con cui ha spalmato il suo veleno.

Venerdì 8 maggio, i gentili uomini in divisa si sono presentati alla porta del nostro quarantenne con tanto di perquisizione domiciliare, portandosi via con cura alcuni apparecchi informatici. Roba da far invidia ai migliori thriller polizieschi, se solo non stessimo parlando dell’ennesima triste realtà di quanto l’odio online possa dilagare e quanto ancora sia necessaria la lotta contro l’antisemitismo e i discorsi d’odio in generale.

Quando la parola è un’arma: il digitale come arma da fuoco

Ogni tanto ci dimentichiamo che un commento, anche se nascosto dietro uno schermo, può essere devastante. Invece di limitarsi a sbuffare o ignorare, questa professoressa ha deciso di chiedere giustizia. E non è certo un caso isolato: l’antisemitismo sul web è un problema che dilaga in tutta Europa. Ma chissà, forse per qualcuno è ancora un passatempo divertente, una specie di sport nazionale da praticare sul divano di casa.

In questo contesto, le istituzioni si trovano spesso in una posizione scomoda, tra la necessità di tutelare la libertà di espressione e quella di reprimere i discorsi d’odio. La denuncia e l’intervento della polizia dimostrano che, quando la legge decide di farsi sentire, il tempo degli haters sembra finalmente scaduto. Peccato che l’odio sembri essere infinito quanto la pazienza di chi lo subisce.

Un futuro digitale senza filtri… o con troppi orrori senza freno?

La perquisizione e il sequestro degli apparecchi informatici dell’indagato potrebbero forse servire a ricordarci che il mondo online non è un Far West senza regole. Ma data la mole di commenti tossici, teorie del complotto e convinte dimostrazioni di ignoranza che si leggono quotidianamente, la strada da fare è ancora lunga. Come sempre, il primo passo sarebbe educare e sensibilizzare, ma, si sa, sono operazioni noiose e poco redditizie: molto più semplice cliccare “pubblica” e sguazzare nel proprio veleno.

Nel frattempo, resta il sollievo di sapere che qualcuno, da qualche parte, non si è arreso all’indifferenza e ha deciso di reagire. Per questo episodio, come per molti altri, un lieto fine giusto potrebbe essere solo una società in cui nessuno senta più la necessità di vomitare odio in rete. Fantasia, certo, ma vale la pena inseguirla.

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