Milano spara 12 residence in campagna per senzatetto: scopri chi si becca il privilegio di andarsene dal centro

Milano spara 12 residence in campagna per senzatetto: scopri chi si becca il privilegio di andarsene dal centro

Milano ha deciso di ampliare i suoi orizzonti nel regno del welfare, mettendo a disposizione ben 12 appartamenti di sua proprietà sparsi nell’hinterland per un esperimento socio-abitativo. Nulla di meglio che condividere il proprio patrimonio immobiliare con gli enti del Terzo settore, non si sa mai che qualcuno voglia davvero prendersi cura dei meno fortunati, o almeno provarci.

La Giunta, evidentemente affascinata dalla generosità istituzionale, ha dato il via libera a una delibera che assegna questi alloggi come se fossero caramelle durante un pic-nic. Il colpo di scena? Il progetto ha un obiettivo che giustappone ipocrisia e pragmatismo: aiutare chi è in difficoltà abitativa e, contemporaneamente, incentivare il Terzo settore a diventare una sorta di braccio sociale semi-pubblico. Insomma, un ibrido in cui il pubblico affida ai privati delle case, e tutti fingono che sia un gran vantaggio per l’Italia sociale.

Un welfare che si allarga… o che si rimpicciolisce?

Per chi pensava che il welfare fosse una dimensione fatta di politiche pubbliche strutturate e risorse dallo stato, ecco una sorpresa: a Milano basta avere qualche appartamento in meno tra i palazzi dell’hinterland e lasciarli in mano a organizzazioni no profit per sentirsi eroi del sociale. Evviva la sussidiarietà, ma con un bel pizzico di comodità e poca fatica, no?

Il progetto sperimentale, infatti, si traduce nel cedere a titolo gratuito o con canoni agevolati questi immobili, facendoli gestire da enti che, a loro volta, si incaricano di “amministrare” il disagio abitativo, occupandosi di chi, alla fine, è solo un numero in più in una lista d’attesa infinita. Ma chi sarà mai a lamentarsi?

Terzo settore, il nuovo collettore di responsabilità

Il solito Terzo settore si trova ancora una volta a raccogliere ciò che dovrebbe essere diritto di chiunque: una casa. Un meccanismo ben rodato che sposta l’illusione del welfare dallo Stato ai cosiddetti operatori non profit. Se il pubblico tace, il privato sociale grida – e si assume la responsabilità di fare l’impossibile con quel poco che gli viene concesso.

La politica milanese si congratula, ovviamente, perché cedere immobili pubblici al Terzo settore è “innovazione sociale” e “buona pratica di integrazione”. Ma a chi non è distratto sfugge che i limiti sono dietro l’angolo: pochi alloggi, criteri di assegnazione controversi e nessuna garanzia che si risolva davvero il problema degli esclusi dall’abitare.

Chi beneficia di tutto questo?

I prescelti, ovvero chi riesce a rientrare in parametri di fragilità stabiliti da criteri spesso poco chiari e variabili, faranno la festa mentre il resto rimane a guardare. Nel frattempo, le istituzioni tirano un sospiro di sollievo: il problema dell’emergenza abitativa non è risolto, ma almeno qualcuno si spera se ne occupi. Che sollievo.

Ovviamente, si spera che questa sperimentazione non sia soltanto un modo per nascondere con fumo all’orizzonte la realtà di un welfare milanese che, di fatto, sta rinunciando a essere garantista e universale. Chissà che senso ha poi parlare di diritti fondamentali quando si delega il compito al volontariato e alle organizzazioni di buon cuore.

Ma, dopotutto, perché scandalizzarsi? Nel frattempo, qualcuno magari riuscirà a dormire al coperto, mentre il sistema continua imperterrito a distribuire promesse vuote in nome della sperimentazione e del terzo settore salvifico. E così va il mondo del welfare milanese, tra 12 appartamenti, illusioni e qualche buona intenzione mal mascherata.

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