Milano sotto controllo: uno che registra il battito cardiaco di ogni singolo campo da basket, perché non avevamo altro da fare

Milano sotto controllo: uno che registra il battito cardiaco di ogni singolo campo da basket, perché non avevamo altro da fare

I soliti protagonisti sono sempre lì: i campetti da basket. Cambiano lo scenario e le condizioni dei playground, ma le quattro inquadrature rimangono impassibili, sempre prese da quelle stesse angolazioni sacre. Perché se si vuole creare l’“atlante” dei campi da basket di Milano, ebbene sì, le foto devono rispettare un rigido diktat stilistico. E per uniformarsi allo stereotipo, meglio scattare di mattina, per “evitare la luce duretta di metà giornata”, tanto per non disturbare l’ordine apparente. Peccato che, nei praticelli da basket meneghini, talvolta ordine e decoro siano concetti più astratti di un algoritmo perfetto.

Dietro questa raffinata opera di catalogazione c’è Gabriele Gigliotti, quarantaduenne meneghino, papà di due figli ovviamente contaminati dalla pallacanestro e dipendente in una banca importante di Milano. Ma non è solo un banchiere, è anche un ex programmatore web, talento cruciale per edificare da zero un sito che raduna dati e immagini di tutti i campetti milanesi. Un’enciclopedia digitale liberamente scaricabile e riutilizzabile, con licenze così aperte che se vi viene voglia di fare meglio, potete partire senza remore dal codice disponibile su GitHub. Non è meraviglioso? Un vero atto d’altruismo digitale degno di un santo del basket urbano.

L’idea, tra l’altro, non è nata da un sofisticato piano di marketing o da una geniale intuizione artistica, ma da un bisogno personale che, come spesso accade, ha preso una piega decisamente più… sociologica. Dice lui:

Gabriele Gigliotti said:

“Ho scoperto che fotografare questi spazi mi fa vedere Milano sotto una luce totalmente nuova: si intravedono i quartieri, lo stato pietoso o promettente del verde pubblico. E poi c’è il polso del degrado, quasi palpabile. Non di rado ho trovato carrelli della spesa abbandonati nei campetti, monopattini in sharing dimenticati e altre chicche di decoro urbano.”

Dai dati al progetto perfettamente inutile

Finora, il nostro eroe ha mappato 43 campetti, ma chi si illude che Milano sia così povera di playground ha il pensiero ingenuo: in città ce ne sarebbero circa 180. Il punto di partenza? I dataset “aperti” – parola sacra – di Palazzo Marino, la locanda del Comune. Questi fornivano coordinate geografiche di impianti sportivi dove, con la precisione tipica della burocrazia italiana, campetti da basket e da pallavolo convivono indistintamente. Serve Google Maps per distinguere i pomodori dalle mele, insomma.

Così, con la pazienza di un monaco zen e la precisione di un tassidermista, Gigliotti ha scandagliato ogni angolo cittadino, dividendo tutto per zone e arricchendo il sito con dettagli che manco la NASA: presenza della linea dei tre punti, stato del terreno… cose da far impallidire i più sofisticati scout del basket professionistico.

Il battito incalzante del playground

Ma la vera perla è un dettaglio che trasforma una semplice raccolta di foto in qualcosa di folkloristico: insieme a ogni scheda, infatti, arriva un file audio. Sì, avete capito bene: il “battito del campetto”. Che consiste nell’ascoltare il rimbalzare di una palla sul terreno, registrato live. Se vi aspettate un podcast, vi sbagliate di grosso; questo è più un elettrocardiogramma acustico da cui emerge vita, o forse semplicemente rumore urbano.

Le differenze non stanno solo nel tono della palla che schizza sul cemento più o meno usurato, ma nelle sinfonie di sottofondo. Insomma, a Via Sammartini scorrono i treni rumorosi, al Parco Sempione una selva di uccelli canterini fa da coro, mentre ai campetti alla buon’ora delle strade principali il concerto è dominato dal concerto ossessivo di motori e clacson. Quel che sembrava tutto uguale si trasforma in un’identità sonora inaspettata (o forse semplicemente in un sonoro caos).

Un’operazione di verità cromatica e sociale

Non è soltanto una guida pomposa, ma anche una documentazione visiva e sociale degna di un archivio storiografico del parcheggio dei sogni dimenticati. Prendete il campetto di Viale Stelvio: grazie a un intervento di riqualificazione firmato da ‘Slams Dunk’, progetto dell’ex giocatore di basket Tommaso Marino, il prima e dopo sono così contrastanti da far quasi pensare che la magia esista davvero.

Le foto parlano da sole: c’è un quadro di degrado straziante che si tramuta in un’oasi di sport, socialità e… forse, chissà, speranza? Una testimonianza che dimostra quanto, nel microcosmo di cemento e asfalto milanese, anche un campetto da basket possa diventare palcoscenico di trasformazioni radicali. O almeno, quella è la speranza di chi si prende la briga di raccontarli, uno ad uno, con piglio di archivista sentimentale.

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