Una trentina di persone hanno pensato bene di radunarsi accanto al consolato del Senegal a Milano, in viale Certosa, sabato pomeriggio per un sit-in di protesta contro quella che definiscono la “repressione” della comunità Lgbt nel paese africano. Sorprendentemente, come ha sottolineato il veterano attivista Paolo Hutter, ex consigliere comunale milanese, è la prima volta che si organizza una manifestazione davanti a una rappresentanza diplomatica di un paese africano. Finalmente, una novità nel panorama delle proteste democratiche.
Da mesi, in Senegal, le pene per l’omosessualità non fanno altro che salire: fino a 10 anni di carcere, un piccolo regalo speciale per la comunità Lgbt. Ma non basta, perché la repressione non si limita a numeri e leggi, ma si traduce in arresti arbitrari e in una vera e propria caccia all’uomo. Come se la polizia da sola non fosse abbastanza, c’è una rete di delatori pronta a collaborare, rendendo il paese un vero e proprio parco giochi per la caccia al diverso, come sottolinea il consigliere regionale e leader dei Sentinelli, Luca Paladini.
La solidarietà non si fa attendere, ovviamente. Perché, come ricorda la presidente del consiglio comunale di Milano, Elena Buscemi, bisogna “tenere alta l’attenzione sulla continua violazione dei diritti umani”. Quindi, è fondamentale che tutti si rendano conto della tragedia in corso dall’altra parte del mondo. E, nel caso ce ne fosse bisogno, il consigliere del PD Alessandro Giungi ci ricorda l’ovvietà che “quando si rinchiudono in prigione le persone per il semplice fatto che si amano, ciò richiede una risposta da parte di Milano”. Sì, perché qui, tra una polemica e l’altra, nei salotti della cultura e del politically correct si mobilitano costantemente, non si guarda di certo dall’altra parte.
Un colonialismo omofobo più comodo
Non poteva mancare l’analisi storica, quella da libro di testo per il buon attivista verde: Leonardo Meda di Europa Verde non ha perso l’occasione per inquadrare la questione in un quadro più ampio e… militante. Pare infatti che gli Stati africani non siano nati omofobi, ma che questa meravigliosa tendenza sia sbocciata grazie al colonialismo europeo. Che sorpresa! E, in perfetta sintonia con questa narrativa incantata, ci ricorda anche che l’Europa dei diritti sembra più interessata a sfruttare il paese che a difendere le minoranze. Insomma, una denuncia a 360 gradi, che spazia fino a Kyiv e Gaza, come se tutto fosse collegato da un enorme filo rosso anti-colonialista che tutto spiega.
Il solito cocktail di influenze “interessanti”
E, per completare l’opera, non poteva mancare la teoria sulle fonti dell’omofobia importata: Nicola Bertoglio di Certi Diritti ci illumina spiegandoci come la repressione delle persone Lgbt in Senegal sia parte di un gigantesco gioco politico dove conservatorismi religiosi e potenze esterne combattono usando i diritti civili come campo di battaglia. Pare che il conservatorismo cristiano sia il capro espiatorio perfetto, soprattutto se si pensa all’influenza – ovviamente negativa – della Russia e della sua amata chiesa ortodossa. Non stupisce che queste sinistre alleanze tengano banco in vari paesi africani, promuovendo visioni ultra-conservatrici, autoritarie, e naturalmente da combattere con vigore. Come se tutto fosse così semplice e lineare.



