Una magistratura che si regge dritta sulle proprie gambe, una polizia che non si piega, un sistema giudiziario che funziona anche se non sarebbe esattamente nel suo interesse farlo. Sembra quasi una fiaba, ma gli ultimi sviluppi dell’indagine sull’omicidio di Rogoredo dovrebbero tranquillizzare chi, smarrito dalle manganellate referendarie, teme un futuro stile trumpiano nel nostro amato Paese. Perché, ve lo assicuro, Milano non è Minneapolis, qui l’Ice finirebbe in galera prima di poter mettere le mani su qualcuno e, ahimè per loro, non abbiamo alcuna Pam Bondi pronta a fermare indagini o a intimidire i magistrati che le portano avanti.
Un vero sollievo in questi tempi tetri, e bisognerebbe erigere un monumento a chi ha gestito la vicenda con tempismo e serietà professionale. Dovremmo inoltre applaudire che certe lezioni drammatiche del passato non siano finite nel dimenticatoio, e che l’espressione «isolare le mele marce» non sia rimasta solo un’espressione vuota. «Non faremo sconti a nessuno», ha dichiarato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — frase che, seppur scontata, fa sempre piacere sentire.
Un passato di “soldi facili” e bugie difensive
La storia di Rogoredo tra il 26 gennaio e il 5 febbraio ha catalizzato più di ogni altra vicenda emotiva e mediatica, accendendo con fervore il dibattito italiano sulla presunta legittima difesa. Da un lato, un pusher marocchino pluri-prepgiudicato, Abderrahim Mansouri detto “Zack”, 28 anni, dall’altro un poliziotto esperto, l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni. Quest’ultimo ha sparato per difendersi, dice lui, e ha ucciso. Finito immediatamente nel registro degli indagati, com’è prassi.
Passano appena cinque minuti e scoppia il putiferio: il centrodestra si indigna, mobilitato a difesa dell’eroico agente “per aver fatto il suo dovere”. Ma inutile fare la summa delle ondate di rabbia e solidarietà, anche da parte delle istituzioni: è stato uno tsunami di indignazione, il perfetto pretesto per accelerare il famoso pacchetto sicurezza con annesso scudo penale. Praticamente un decreto “salva-poliziotti”. Il Consiglio dei Ministri ha stabilito che d’ora in poi agli agenti non toccherà più la vergogna di finire indagati, ma solo una “annotazione preliminare”, in un modello separato. Il ministro Carlo Nordio, con la proverbiale chiarezza, lo ha spiegato così: “il poliziotto che spara perché minacciato con un’arma deve dormire sonni tranquilli”.
L’inchiesta che non poteva farsi ignorare
Insomma, tutti gli elementi erano lì per una magistratura milanese che chiudesse la pratica alla bell’e meglio, schierandosi con la narrazione politica in voga — colpevoli e innocenti ben definiti, e via con le lungaggini o l’archiviazione lampo. Ma, sorpresa delle sorprese, Milano non è Minneapolis. I nostri magistrati non sono la Pam Bondi di turno e la polizia non è al servizio dell’Ice. L’inchiesta è stata avviata con rigore, i dettagli vagliati accuratamente, tabulati telefonici sequestrati e perizie svolte con risultati sconfortanti, tipo che sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano impronte sue.
E gli agenti, infine, sono stati interrogati con tutte le garanzie del caso, rivelando una verità molto diversa da quella del loro stesso capo.
Colleghi scomodi e accuse di favoreggiamento
Il quadro si complica ulteriormente con la notizia che altri quattro colleghi dell’agente assassino sono finiti sotto indagine per favoreggiamento. Oh, la solidarietà tra pari fa miracoli, vuoi mettere il senso di cameratismo? Però pare che qualcuno abbia mentito, spiegando falsamente di aver subito chiamato i soccorsi quando la realtà, per quanto amara, racconta tutt’altra storia.
Ormai la storia è chiara: nonostante le pressioni politiche e mediatiche, la giustizia a Milano persevera nel suo ruolo, mantenendo il rigore che si dovrebbe aspettare da ogni democrazia occidentale. Benvenuti nel raro esempio di una magistratura che non si piega al potere.
Ecco due perle su cui meditare con la maschera di cristallo del cinismo ben calata sul volto. Prima di tutto, la magistratura italiana ci regala l’ennesima lezione di efficienza: sì, proprio quella che dovrebbe essere normale in ogni stato di diritto ma che, nel Belpaese, spesso si perde tra i meandri burocratici e la lentezza ancestrale. Invece no, quando vuole, il sistema giudiziario riesce a muoversi in fretta e bene, anche quando il contesto è tutt’altro che confortante e spinge allo scoramento e al disimpegno. Mentre ci vengono dipinti pm e giudici come strumenti di un potere fragile e zoppo, afflitto dalla ricerca spasmodica di una promozione, intrappolato in amicizie che più che rapporti sembrano patti parasociali, indeciso quanto un romano di fronte a una fermata dell’autobus, ci arriva l’imprevisto: dei magistrati che, sorpresa delle sorprese, fanno il proprio dovere come se avessero un manuale in mano. E, tenetevi forte, potrebbero non essere gli unici. Magari, solo magari, il nostro sistema giudiziario è meno marcio di quello che si ama raccontare nelle litanie apocalittiche diffuse a reti unificate.
Ma non ci fermiamo qui, perché la seconda riflessione, ancor più giorno dell’uomo, riguarda la politica e il suo insaziabile appetito per i decreti «on demand». Quei provvedimenti che spuntano più velocemente degli asparagi in primavera, nati e pensati per placare l’ira del popolo dopo episodi “scottanti” sulla scena pubblica. Si va dal decreto contro i rave parties, che segnò l’alba di un governo freschissimo, fino al recentissimo “progetto metal detector” all’ingresso delle scuole, una trovata geniale nata da una circolare che pretende di trasformare gli istituti in aeroporti in miniatura. Ovviamente, c’è sempre una fetta di elettorato pronta ad applaudire queste iniziative (magari perché il senso critico è andato a farsi un giro), ma il cortocircuito è lì, dietro l’angolo, pronto a bruciare ogni velleità di buon senso. E cosa c’è di meglio di un bel pasticcio normativo, a dimostrare tutto questo, se non il caso di Rogoredo? Abbiamo sfornato una norma espressamente dedicata a tutelare la dignità di un povero poliziotto minacciato con un’arma, vietando addirittura l’uso della parola “indagato” nei suoi confronti.
Peccato che, sorpresa delle sorprese, indagarlo fosse più che giusto, sacrosanto persino. Peccato che l’arma in questione vivesse in un limbo di mistero, chissà da dove saltasse fuori come il coniglio dal cilindro del prestigiatore. E, ciliegina sulla torta dell’ipocrisia, la “difesa” non è sempre quella santa croce di cui ci si riempie la bocca: spesso è un bluff, a volte addirittura un’aggressione camuffata. Ma noi, nella nostra grande saggezza, continuiamo a strillare a gran voce contro i “nemici della sicurezza” mentre ci affanniamo a sfornare norme che brancolano nel buio tra incoerenze e contraddizioni – tutte rigorosamente sotto i riflettori del consenso immediato. Chi ha tempo di pensare alle conseguenze, quando si può cavalcare l’onda dell’emotività? Ecco, questo è il nostro brillante sistema politico-giuridico in azione.



