Che spettacolo eccezionale: due innocenti fettine di manzo adagiate su una griglia di ghisa, non per essere arrostite da un fiero fuoco, ma semplicemente avvolte dal caldo abbraccio del sole milanese. Ventidue minuti di cocente esposizione, e la temperatura superficiale raggiunge i miseri 50 gradi. Sicuramente non abbastanza per garantire una “cottura sicura” al cuore della carne, ma abbastanza per illustrare magnificamente cosa può fare la radiazione solare a un pezzo di carne abbandonato al proprio destino. Interessante? Sicuramente inutile — ma l’esperimento è stato fatto con rigore scientifico il 28 giugno, proprio quando l’Aeronautica Militare, con il suo tocco rassicurante, lanciava un’allerta arancione per le temibili temperature alte, valida fino alle 8 del giorno successivo.
In quella Milano da cartolina, 34 gradi all’ombra sembravano non bastare, perché il gran finale prevedeva un picco atteso di 36. Un caloroso benvenuto d’estate, da nord a sud, dove la canicola fa l’operaia instancabile, facendo sudare più del dovuto chiunque osi mettere un piede fuori casa.
Il trionfo delle temperature “miti” e le nostre vite bollenti
Chi avrebbe mai detto che 36 gradi sarebbero diventati il nuovo standard per soffrire? Eppure eccoci qua, a celebrare come una vittoria l’aria afosa e una temperatura “accettabile” che lentamente trasforma le nostre città in semplici forni a microonde all’aperto. Le istituzioni non risparmiano degni bollettini allarme, proprio come se avessero scoperto una nuova piaga, quando in realtà stiamo assistendo alla monotona conferma di una tendenza che sembrava riservata a deserti lontani ma che ora si è trasferita a pieno titolo nel nostro quotidiano. E se vi state chiedendo chi potrebbe godere di questa fatale escalation climatica, la risposta è semplice: nessuno. A parte qualche rara eccezione, come le piante grasse che finalmente si sentono a casa o le industrie del gelato che vedono prosperare il loro impero di coni e granite.
Bisogna riconoscere un merito a queste impennate: il loro ruolo educativo. Ci insegnano come distinguere tra la piacevole ombra e l’inferno solare, e come prepararsi a sopravvivere giorni in cui anche il ventilatore è troppo pigro per funzionare.
Una griglia, due bistecche e un reality show del caldo
L’esperimento delle bistecche abbronzate ci fa riflettere sull’assurdità di certi gesti “scientifici” mirati a produrre notizie. Mettere due fette di carne su una griglia sotto il sole cocente è, in un certo senso, il perfetto simbolo del nostro rapporto con il caldo: tentiamo di documentare, misurare e spiegare qualcosa di ovvio, quasi a giustificare l’impotenza di fronte ad uno spettacolo che va oltre ogni controllo umano.
E mentre quei poveri pezzetti di manzo si concedono al primo, mediocre sigillo solare, noi cittadini restiamo traicati tra bollette impazzite per il condizionatore e notti insonni che ci spingono a meditare se la Natura ci stia punendo o semplicemente mettendo alla prova la nostra pazienza.
Che le autorità rilascino allerte arancioni o rosse, non cambia molto: la sostanza è che il caldo è qui, e come un ospite maleducato si rifiuta di andar via senza lasciare strascichi di malumore, sudore e qualche battito di cuore accelerato.



