Milano e le scuole: così si gestisce il solito alunno “difficile” che manda tutto in tilt

Milano e le scuole: così si gestisce il solito alunno “difficile” che manda tutto in tilt

Negli ultimi giorni il fenomeno chiamato ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) è stato l’eroe involontario di ogni discorso, grazie all’episodio del ragazzo di 13 anni di Bergamo che ha pensato bene di accoltellare la sua professoressa, Chiara Mocci. Perché, ovviamente, nulla grida più “giustificazione” di un disturbo neurologico che, guarda caso, è diventato il capro espiatorio perfetto per il gesto violento.

Il tredicenne si è pure cimentato in un messaggio in inglese su Telegram, quel tocco di modernità social che rende tutto più serio, in cui ha offerto dettagli al limite tra la lucidità e l’autoassoluzione. Un messaggio che non solo ha catalizzato l’attenzione mediatica, ma ha acceso il dibattito politico-sociale intorno a quanto l’ADHD venga usato come scudo o anche come alibi da chi commette atti che invece sono, per l’ennesima volta, figlie di un sistema di prevenzione fallito.

L’iperattività come scusa perfetta

Che l’ADHD venga tirato fuori come una scusa da serie tv americane per spiegare ogni comportamento scorretto è ormai un cliché stantio. Ma la realtà è ben più scomoda: di fronte a una società che preferisce puntare il dito e motivare la violenza con “loro sono così”, si evita di mettere in discussione veri problemi culturali, educativi e istituzionali. Ottimo modo per non cambiare nulla: se la colpa è della diagnosi, chiudiamo lì.

Peccato che i dati dimostrino come la vastissima maggioranza delle persone con ADHD sia perfettamente capace di convivere con il disturbo senza trasformarsi in mini-cattivi di quartiere. Ma questa noiosa informazione viene spesso ignorata, perché spiegare tutto ciò richiede un po’ di sforzo, e perdere quella bella narrazione semplice e pronta all’uso, totalmente sensazionalista, non conviene.

Insegnanti sotto attacco e un sistema che fa acqua

Dietro questa vicenda, però, si nasconde una tragedia ben più grande: quella degli insegnanti che devono fare da scudi umani in scuole sempre più simili ad arene. La povera Chiara Mocci non è finita sulle prime pagine per caso, ma per l’ormai insostenibile realtà di chi si trova a gestire classi dove le regole sembrano optional. E invece di pretendere politiche serie di formazione, supporto psicologico e interventi tempestivi, si preferisce parlare di colpe individuali, come se il problema fosse un ragazzo disattento da “correggere” o semplicemente mettere in quarantena.

Questa narrazione comoda è nutrita da un sistema scolastico spesso impreparato e da un’attenzione mediatica che preferisce spettacolarizzare eventi tragici per poi dimenticarsene appena spente le luci del palcoscenico. Per carità, nessuno nega la complessità, ma incapacitarsi nella riflessione significa solo aggiungere benzina a un fuoco già devastante.

La gestione dell’ADHD: tra diagnosi e mito

Affidarsi alla diagnosi di ADHD come se fosse una parola magica capace di spiegare tutto è il trionfo della superficialità. La diagnosi stessa richiede un percorso serio, multidisciplinare e soprattutto una rete di sostegno che va ben oltre l’etichetta clinica. Invece, il pubblico tende a pensare che basti legare tutto all’iperattività o al disturbo dell’attenzione per sentenziare “colpevole”. Che bello e pratico.

Nel frattempo, le famiglie si trovano a navigare in un labirinto di specialisti, amministrazioni scolastiche e servizi sociali che spesso rispondono con ritardi e confusione, lasciando quei ragazzi e le loro famiglie abbandonati a sé stessi. Ma chissà, forse è più facile accusare un “disagio” che mettere mano a una vera riforma strutturale degna di questo nome.

Un’occasione persa per il dibattito pubblico

Il paradosso di tutta questa storia è che un episodio così grave avrebbe potuto alimentare un dibattito serio e costruttivo su salute mentale, scuola e politiche di prevenzione. Invece ci si è sbracciati solo per trovare capri espiatori facili, per nascondere il vero marasma dietro un velo di banalità mediatica.

Quando la sensazione di impotenza sfocia nel gossip superficiale, la società perde un’occasione fondamentale per migliorarsi, e la violenza continua a crescere come un mostro silenzioso, nutrita da silenzi e cocciuti rimpalli di responsabilità.

Dunque, congratulazioni: abbiamo scoperto una nuova colpa da appiccicare a etichette cliniche, mentre la convivenza civile rimane un miraggio sempre più lontano.

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