Milano-Cortina si anima con la solita tomba, compagnoni e la Goggia che nessuno si aspettava ma eccola qua

Milano-Cortina si anima con la solita tomba, compagnoni e la Goggia che nessuno si aspettava ma eccola qua

«Anche se lo so, non ve lo dico. Sarà una sorpresa» continuava a ripetere ieri mattina ai giornalisti il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, mentre già imperversavano i pronostici sul nome degli ultimi tedofori: i soliti noti, ovvero Alberto Tomba e Deborah Compagnoni per Milano e Sofia Goggia per Cortina. Un tris di icone sportive e due bracieri scintillanti che, come in un colpo di scena da film, avrebbero fatto da cornice ai primi Giochi Olimpici Invernali “diffusi” della storia italiana. Una trovata geniale, davvero.

Vederli apparire sul maxi-schermo dello stadio di San Siro dopo che la fiaccola era passata dalle mani di un ex calciatori da bar sport come Franco Baresi e Beppe Bergomi — un toccante omaggio alle gloriose squadre milanesi Milan e Inter — e dalle giovani star del volley come Carlotta Cambi, Paola Egonu e Anna Danesi, più il mito di Torino 2006 Enrico Fabris e il leggendario campione di sci Gustavo Thoeni, è un’esperienza decisamente più viva che limitarsi a immaginarseli.

Ultimi tedofori, gli eroi da “culto sportivo” dell’Italia contemporanea: Tomba, cittadino sportivo, la montanara Compagnoni, entrambi con tre ori olimpici in bacheca, e Goggia, regina della discesa libera a Pyeongchang 2018 e argento a Pechino 2022, già pronta a lanciarsi domani sulle piste di Cortina.

Canti, balli e luci: la magia della cerimonia di apertura

La vera magia olimpica, però, si annida nelle attese, nei segreti ben custoditi. Come il nome del tedoforo dell’ultimo tratto, che da sempre è il top secret di ogni cerimonia di apertura. Fin dal 1956, anno memorabile in cui il pattinatore milanese Guido Caroli, a Cortina, inciampò a pochi metri dal braciere rischiando di spegnere la torcia olimpica — una fragilità sportiva che ha fatto storia per la suspense che suscitò.

Persino la leggendaria fondista Stefania Belmondo, protagonista indimenticabile a Torino 2006, ha ammesso candidamente di aver mentito a sua madre per mantenere intatto il mistero dell’ultimo tedoforo. Perché, si sa, alimentare il suspense davanti a un pubblico globale di circa due miliardi di spettatori è un’arte, più che una scelta casuale.

Ma l’arcano non è solo foraggiato dal mero spettacolo: la scelta del tedoforo finale è una rappresentazione simbolica nel simbolo steso. Il nome deve sintetizzare valori universali dello sport e, al contempo, riflettere l’immagine che il paese ospitante vuole proiettare al mondo intero. Insomma, una specie di riassunto in un corridore della cerimonia stessa.

A Tokyo 2020 la scelta cadde sulla tennista Naomi Osaka, di origini miste (padre haitiano e madre giapponese), perfetta per raccontare la tanto decantata svolta inclusiva del Sol Levante. A Parigi 2024 la predilezione andò alla velocista Marie-José Pérec, leggenda dell’atletica con i suoi tre ori olimpici tra i 200 e i 400 metri, e al judoka Teddy Riner, nato in Guadalupa, emblema della dicotomia Parigi-territori ultramarini. Figure che parlano non solo di sport, ma di storie complesse e stratificate, perfette per rimpolpare di significato una cerimonia pensata a tavolino.

È stato così, senza nemmeno troppe sorprese, pure per gli ultimi metri della fiaccola italiana che in 63 giorni ha attraversato tutte e 110 le province del paese, coprendo una modesta distanza di 12.000 chilometri, grazie a una staffetta che ha visto sfilare ben 10.000 “eletti”.

L’emozione? Naturalmente condivisa e magniloquente. «Mamma mia che figata! Appena sono entrato ho perso il senso dell’orientamento, non mi aspettavo una cosa così forte», ha dichiarato con il tipico understatement da atleta il fondista Federico Pellegrino subito dopo aver sfilato a San Siro.

La pattinatrice Arianna Fontana ha invece emozionato tutti con la sua candida confessione: «Prima di entrare abbiamo cantato tutti insieme, che bello. E poi vedere lo stadio strapieno, ascoltare il presidente: è stato qualcosa di unico e indimenticabile».

I bracieri: un’opera d’arte ricca di simbolismi

Non potevano mancare le meraviglie tecniche: anche i bracieri sono stati progettati con la cura maniacale riservata ai dettagli che impressionano appena basta. L’ispirazione? Il sole, fonte primaria di vita sulla Terra, ovviamente. Nonché i celebri “nodi” di Leonardo Da Vinci: quei disegni ornamentali che sembrano merletti, presenti in molte sue opere tra cui spiccano i soffitti di alcune sale del Castello Sforzesco.

Questa scelta non è casuale, visto che il castello si trova a poche centinaia di metri dall’Arco della Pace, proprio all’ingresso del Parco Sempione, dove uno dei bracieri è stato collocato. Un filo conduttore invisibile che, manco a dirlo, rischia di passare inosservato tra lo sfarzo e i fuochi d’artificio.

Per chi fosse curioso di ammirare da vicino il braciere milanese, c’è un piccolo regalo: uno spettacolo di qualche minuto ogni ora, dalle 17 alle 23, dal giorno dell’apertura fino allo spegnimento della fiamma previsto per il 22 febbraio, ultimo atto di questi giochi. Una chicca per chi ama il kitsch olimpico e vuole ingoiare un’ora di meraviglia temporizzata.

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