Milano colpisce ancora: il negoziante di cannabis light che si è complicato la vita da solo

Milano colpisce ancora: il negoziante di cannabis light che si è complicato la vita da solo
Tibaldi a Milano le cose non andassero esattamente come previsto. Non contento di limitarsi alla vendita di cannabis light – quella legale, capirete – l’uomo si è messo a trafficare con sostanze che, secondo la polizia, rientrano tranquillamente tra gli stupefacenti. E così, fresco di blitz, la Dea è arrivata a bussare alla sua porta con una denuncia per detenzione ai fini di spaccio.

La polizia, tanto per partecipare poco e male, ha fatto un’inopinata visita al negozio nel pomeriggio di venerdì, armata di quel buon senso amministrativo che si applica nel modo più stretto possibile. Hanno scoperto – o meglio, «rinvenuto» se vogliamo usare termini bureaucratici – un consistente bottino: ben 714 grammi di infiorescenze ben dosate – più professionale di così non si può – e un ulteriore chilo abbondante di hashish. Ciliegina sulla torta, dieci boccette di oli di cannabinoidi, perché a quanto pare anche il sorriso dell’olio è di moda nel mondo oscuro dello spaccio.

Da negozio di cannabis light a centro nevralgico di sostanze ben più proibite: la parabola del nostro eroe milanese è degna di una serie TV di bassa lega. E possiamo solo immaginare il disappunto delle autorità, che evidentemente avevano concesso il beneficio del dubbio al punto vendita. Difficile non chiedersi come si possa confondere così tanto il confine tra “light” e “legale”, ma evidentemente il confine è più sottile di quanto si pensasse.

Un controllo amministrativo o una caccia al tesoro?

Il tempestivo intervento del Commissariato Porta Genova suona quasi come uno scherzo ben orchestrato. Perché accontentarsi di una semplice verifica quando puoi ribaltare tutto il negozio e scovare il supermercato dello stupefacente? Se lo chiedono anche i malcapitati vicini di casa, pronti a giurare che finora si parlava solo di infiorescenze soft e olio di CBD. Babilonia o no, è evidente che la linea di demarcazione tra il mercato legale e il contrabbando ha la resistenza di un foglio di carta bagnato.

In fondo, che male c’è a vendere un po’ di tutto? Se non è legale, basterà sostenere che era tutto per uso personale, giusto? Peccato che la legge veda le cose in maniera leggermente più seria. Ed ecco a voi il risultato: una denuncia per detenzione ai fini di spaccio, probabilmente il più grande disonore per un commerciante di cannabis light che si rispetti.

In definitiva, la vicenda del negozio in viale Tibaldi è la summa perfetta delle contraddizioni italiane: da un lato la tentazione di sfruttare normative fumose per tirare a campare con affari borderline; dall’altro, l’ironia di un blitz che dimostra come il confine tra legale e illegale sia stato più che mai calpestato. E chissà se qualcuno, da qualche parte, continuerà a credere che “cannabis light” sia semplicemente una frase da etichettare su un barattolo.

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