Ah, la politica e la sanità si sono finalmente incontrate a Messina, in una danza tragicomica degna delle migliori fiction. Salvatore Iacolino, il neo direttore generale del Policlinico di Messina ed ex eurodeputato, è ora al centro di un’indagine della beneamata Procura di Palermo. Non solo sospetti, ma accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Il tutto con la solita pantomima giudiziaria che ha portato all’arresto di un dirigente regionale e altre belle perquisizioni nelle case e negli uffici di Iacolino. Un copione ormai prevedibile: dalle aule del Parlamento europeo alle aule di tribunale, un viaggio pieno di sorprese.
La Procura guidata dal mitico Maurizio de Lucia ci racconta che Iacolino ha fatto il favore al boss di Favara, Carmelo Vetro, già noto per i suoi trascorsi con la mafia. Il nostro dirigente, tra un caffè e un incontro istituzionale, avrebbe messo a disposizione del clan tutta una serie di relazioni, influenze e favori, consolidando la rete criminale con la grazia di chi sa muoversi tra corridoi regionali e uffici sanitari senza farsi notare troppo.
Insomma, il manager non si è limitato a fare il dirigente come tutti gli altri, ma ha davvero affinato l’arte dell’intermediazione mafiosa, fornendo informazioni preziosissime su procedimenti amministrativi, agevolando incontri tra il boss e figure di spicco come il manager dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, la vicepresidente della commissione Antimafia siciliana Bernardette Grasso e persino il capo della Protezione Civile Salvatore Cocina. Un vero e proprio festival delle introduzioni tra amici “accomodati”.
L’accusa non si ferma qui. Il buon Iacolino, sempre secondo i magistrati della Dda di Palermo, avrebbe addirittura compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio, mettendo pressione agli amministratori dell’Asp di Messina per far andare avanti pratiche suggerite dal boss Vetro. E per aggiungere un tocco di ironia, avrebbe persino nascosto la condanna mafiosa del suo amico, favorendo la sua salita nei meandri del pubblico impiego, fino ad assicurargli contratti ben remunerati nel settore pubblico.
E tutto questo, naturalmente, non a mani vuote: a fronte di tali servigi, Iacolino avrebbe ricevuto generose sovvenzioni per le sue campagne elettorali e la promessa – mica da poco – di assunzioni per i suoi cari in cerca di lavoro. Perché si sa, niente è gratis nel magico mondo delle poltrone e delle raccomandazioni.
Il solito teatrino del potere e della corruzione
In questo giochino fatto di scambi poco trasparenti e amicizie “pericolose”, ci stupiamo ancora? No di certo. La faccenda racconta abbastanza bene il rapporto morboso tra politica, sanità e crimine organizzato in certe zone d’Italia. L’indagine su Iacolino non fa che illuminare quel limbo in cui il potere si trasforma in terreno fertile per affari loschi e compromessi etici degni di un film noir.
Signori, stiamo purtroppo assistendo a un classico esempio di come persone che dovrebbero servire l’interesse pubblico preferiscano invece tessere reti personali a tutela di clan mafiosi, rendendo così il sistema sanitario uno dei palcoscenici preferiti della corruzione. E mentre i manager si scambiano favori e promesse, i cittadini aspettano – con un sorriso amaro – una sanità meno corrotta e più efficiente. Ma questo, si sa, è solo un sogno da naivisti.



