Un panorama geopolitico che definire “confuso” sarebbe un eufemismo, condito da un’imbarbarimento nei rapporti internazionali degno delle migliori telenovelas. Gli esperti finanziari si affannano a descrivere l’ultima trovata del presidente Trump, che con la delicatezza di un elefante in cristalleria ha deciso di piazzare nuovi dazi del 10% sulle importazioni provenienti da ben otto paesi europei, direttamente coinvolti nella sua ossessione grottesca per la Groenlandia. Peccato che queste tariffe, destinate a partire dal primo febbraio per poi salire al 25% in giugno, riguardino il mito di nazioni quali Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. Nel frattempo, tutti con il fiato sospeso davanti alla Corte Suprema americana, pronta a pronunciarsi sull’uso, diciamo un po’ creativo, dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) da parte di Trump per giustificare queste arroganze doganali. Il tycoon stesso ha anticipato che qualsiasi ostacolo giudiziario sarebbe “un completo disastro”. Inutile dire che a Washington il concetto di “disastro” ha un significato tutto suo.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, invece, il weekend si preannuncia da incubo se Trump dovesse farla franca senza intoppi. Le borse europee riflettono infatti un pessimismo degno di un finale di partita: Parigi affonda dell’1,78%, Francoforte si trascina giù dell’1,34%, Milano non si risparmia con un -1,32%, mentre Madrid e Londra fanno i bravi con cali meno evidenti ma comunque spiacevoli. Che dobbiamo festeggiare? Nel frattempo il dollaro perde terreno sulle valute internazionali e la confusione politica fa crollare prezzi di petrolio e gas come se non ci fosse un domani. Un quadro davvero rassicurante e tutt’altro che propizio per il benessere globale.
Ma non temete, perché in questo clima da film post-apocalittico c’è sempre qualche benefattore: le azioni del settore difesa europeo sfrecciano verso l’alto, come a dire “meno danesi, più cannoni”. Rheinmetall (Germania) sfiora un +3%, così come Leonardo e BAE Systems (Regno Unito) si accontentano di un +2%. Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale ci regala il suo oracolo: queste tensioni commerciali e le guerre dei dazi rischiano seriamente di frenare la crescita globale nel 2026. Che sorpresa! C’è solo da sperare che i leader mondiali a Davos, per il consueto scontro-ring annuale del World Economic Forum, riescano a mettere da parte qualche minuto la loro passione per i selfie e trovino un modo per non mandare in frantumi alleanze così solide come un castello di sabbia.
Keir Starmer, primo ministro britannico, ha detto stamattina parole di consueta diplomazia e pragmatismo: “Una guerra commerciale non fa comodo a nessuno. Dobbiamo trovare una soluzione sensata, pragmatica e duratura per evitare conseguenze disastrose per il nostro Paese”. Bella ambientazione da film drammatico, non c’è che dire.
Prospettive economiche: una stima da applausi sarcastici
Gli esperti di Goldman Sachs hanno alzato la mano per dichiarare, senza troppo entusiasmo, che se Trump dovesse andare avanti con i dazi al 10%, il danno stimato al PIL finirebbe per essere tra lo 0,1 e lo 0,2% nei paesi coinvolti, Italia esclusa, ma con dentro anche il solito Regno Unito. Robetta, insomma, giusto per immaginare qualche brivido di recessione economica nei salotti buoni di Londra.
Da parte sua, Paul Dales di Capital Economics getta benzina sul fuoco con un’allerta decisamente più pepata: Londra rischia la recessione con un calo del PIL compreso fra lo 0,3 e lo 0,75%. Quindi, se qualcuno ancora pensava che questa faccenda fosse roba da nulla, si svegli adesso. Se poi pensiamo che un certo Richard Rumbelow, direttore della pressoché impronunciabile associazione britannica dei produttori Make UK, invita a mantenere il sangue freddo, qualcuno forse deve spiegargli dove abbiamo messo quel famoso pragmatismo evocato da Starmer.
Insomma, mentre da un lato si invocano dazi e guerre commerciali come fossero il nuovo sport nazionale, dall’altro si lamentano cadute di borsa e recessioni in arrivo. Forse la soluzione migliore sarebbe smettere di giocare a Risiko con la realtà economica e internazionale. Ma, ahimè, sappiamo bene quanto sia difficile nei tempi moderni mettere da parte la tentazione del caos globale per qualche minuto di respiro.
Non c’è niente di meglio che iniziare l’anno con una bella rissa transatlantica degna di un reality show europeo. Regno Unito, sempre pronto a mostrare una diplomazia commerciale “efficace”, ha deciso che questa non è proprio la stagione per lanciare contro-misure immediate contro gli Stati Uniti. Certo, cosa potrebbe mai andare storto se si ignora un botto di dazi e tensioni, no?
Nel frattempo, gli esperti della Mps Market Strategy hanno avuto la magnifica idea di regalarci una metafora perfetta: il “drammatico imbarbarimento del clima geopolitico”. Un quadro che fa venire voglia solo di prendere popcorn e sedersi a guardare, mentre l’Europa si ritrova con le opzioni di risposta sul tavolo come se fosse una partita a Risiko: rispolverare liste di beni americani da colpire con dazi (parliamo di 93 miliardi di export, mica bruscolini), o fare un salto mortale con l’attivazione di un complicatissimo strumento anti-coercizione, che richiede un procedimento lungo e farraginoso degno di una burocrazia da incubo.
Luca Simoncelli, Investment strategist di Invesco, ci spiega con celata ironia che ora la questione geopolitica si ripresenta “centrale”, ma questa volta con quel mix di politica estera e interna che ci farà sobbalzare dal divano: da una parte un presidente americano che annuncia dazi come fossero carte da gioco, dall’altra un’Europa pronta a rispondere – o per lo meno a provarci – con una coesione paradigmatica, unita dalla voglia di sembrare compatta, almeno nei comunicati ufficiali.
La conseguenza? Un aumento di volatilità sui mercati, giusto in tempo per la stagione degli utili aziendali, che sembra voler partire in maniera “convincente” nonostante tutto. Convincente come quando un adolescente cerca di dissimulare l’ansia dietro un sorriso finto.
Gabriel Debach, market analyst di eToro, ci regala la chicca finale definendo questo scenario come “schizofrenico”. Una perfetta dissonanza cognitiva, dove i titoli dei giornali urlano, ma i mercati azionari restano quasi indifferenti, colpiti da un silenzio assordante che sembra dire “Siamo abituati a questi teatrini”.
Gli investitori, fino al giorno prima ossessionati dall’intelligenza artificiale e dalle sue mille bolle speculative, hanno fatto un rapido cambio di registro. La nuova ossessione non è più la solita disputa commerciale sui sussidi o sull’acciaio, ma si chiama niente meno che “Groenlandia”. Sì, avete letto bene: la mossa di Donald Trump segna un salto di qualità brutale, portando l’uso dei dazi a uno strumento territoriale su un alleato che fino a ieri sembrava sacro e intoccabile.
Così, mentre i governi europei si armano di burocrazia e strategie che farebbero sbadigliare persino un diplomatico navigato, il mondo osserva divertito questo balletto fatto di minacce, ritorsioni e silenzi da pagliaccio. Resta solo da capire: chi tirerà fuori il coniglio dal cilindro in questa commedia geopolitica? Spoiler: probabilmente nessuno, ma nel frattempo ci intratteniamo così.



