Il romanziere Maxime Chattam è ossessionato dal male con la stessa tenacia che un antropologo metterebbe nel tentativo di scovare l’anello mancante tra l’essere umano e le protoscimmie. Per lui, il male non è un semplice capriccio, ma una scienza impietosa che troppo spesso viene trascurata, una forza naturale che plasma l’essenza stessa dell’uomo, modella società e relazioni e, ciliegina sulla torta, ne stabilisce pure l’esistenza. Ovviamente, vuole capirlo. E per un tipo così brillante, scrivere di male è proprio il modo migliore per farlo.
Il suo ultimo romanzo, Il segnale (Salani, tradotto da Guido Calza), segna l’ardito passo da thriller nero e procedural al puro orrore sovrannaturale. Uno switch che pare sacro, perché il nostro eroe si aggrappa comunque al reale, costruendo una storia che incrocia il male in tutte le sue sublimi forme: dalla stregoneria all’iper-tecnologia capace di eliminare le vite di chi si avventura a indagarla. Per Chattam, studiare il male è quasi una riflessione antropologica. L’essere umano, così abituato ad affidarsi a risposte morali altrove, finirà col perdersi in una dimensione terribile, senza rendersene conto.
Il male: una pulsione indigeribile o una realtà da sviscerare?
Che cos’è, dunque, il male? Beh, Chattam non è tipo da fermarsi a risposte semplicistiche, anzi. Da vent’anni si intestardisce a scrivere per capirlo. La sua epifania? Il male non è un mistero insondabile, ma il divario mortifero tra ciò che l’uomo crede di dover essere — quel modello civilizzato perfetto e moralmente ineccepibile — e ciò che realmente è: un animale evoluto, sì, ma pur sempre un animale. Sì, perché sotto la patina di civiltà brulica un insieme di istinti primitivi, che a volte ridono in faccia alla ragione.
In questo buco nero chiamato “vuoto antropologico”, il male trova la sua casa preferita. E come in una festa sgradevole, alcuni lo accolgono dignitosamente, altri invece lo lasciano diventare una festa da incubo fatta di nevrosi, psicosi e devianze disturbanti. Insomma, il male è quella putrida “materia nera” che riempie le nostre lacune, pronta a traboccare e provocare guai seri.
E se vi sembrava una definizione semplice, siete fuori strada. Chattam avverte che questa è solo una definizione—parziale e incompleta, per carità. Perché allora? Perché manca la parte più succosa: capire cosa diavolo faccia sì che alcuni individui si riempiano di questa materia oscura più di altri, mentre qualcun altro riesce a contenerla con una forza quasi miracolosa.
Ed è proprio questo l’obiettivo de Il segnale. Qui il romanziere, solitamente ancorato al realismo pragmatico, si concede un pallido tuffo nel territorio esoterico e fantastico, per una volta con la semplice motivazione di spaventarsi da solo. Un atto di coraggio in un mondo di thriller prevedibili, con paure più tangibili ma meno ancestrali.
Ha funzionato? In termini di risposte precise, non esattamente — ci vuole ancora qualche anno di sedute con il male, sembra dirci. Spaventarsi invece sì, e tanto. E ammettiamolo, darsi paura è una piccola, beffarda soddisfazione.
Quanto è stato impegnativo questo cambio di passo? Molto. Perché i vecchi thriller di Chattam spaventavano con il loro realismo quasi schiacciante: il lettore poteva facilmente immaginarsi nella situazione raccontata, un fastidio troppo vicino alla realtà. Il segnale, invece, apre la porta a un altro tipo di terrore: meno tangibile, più irrazionale, eppure non meno reale. Quella paura indistinta, primordiale, che esiste al buio, nell’ignoto, in ciò che sfugge alla nostra logica.
Non potendo accettare la semplice finitezza dell’esistenza, Chattam gioca con il timore antico verso l’aldilà: quell’immaginario spazio invisibile dove, secondo le credenze, l’energia intellettiva ed emotiva si disgrega dissolvece in un limbo di personalità sconosciute. Una domanda da un milione di euro e un ottimo punto di partenza per l’orrore più intimo.
Niente di meno che un’esegesi filosofica sulla paura irrazionale – perché, ovviamente, le religioni si reggono su questo pilastro inscalfibile. Il religioso? È solo uno che ha fatto della paura il proprio business quotidiano, a quanto pare.
Ma veniamo al geniale trasferimento letterario di queste paure: nel mirabile universo di Stephen King, il successo non nasce dal soprannaturale in sé, ma da personaggi così incredibilmente dettagliati e praticamente “umani” che, guardacaso, ci si affeziona parecchio. Cosa strana, poi, è che davanti a un fantasma o a un morto vivente nessuno riesce più a distinguere il plausibile dall’assurdo. La chiave del mistero? L’emozione provata dai personaggi, naturalmente! Alla fine, finché il mostro è ben descritto e si soffre insieme a lui, chi se ne importa se esiste o no.
Ecco il “trucco del mestiere”: ancorare l’orrore a qualcosa di così quotidiano da apparire normale, così da “disinnescare” la realtà che – per fortuna – è l’unico vero incubo. Come dire, la magia del quotidiano riesce a trasformare il terrore in un leggero fastidio da weekend in famiglia.
Orrore letterario: il farmaco della modernità
L’orrore non è solo per il brivido (e le vendite): si trasforma in una sorta di autoterapia collettiva! Abbiamo bisogno di conforto, anche se stranamente lo cerchiamo sotto forma di roba che ci spaventa. Una vera genialità psicologica: esplorare ciò che ci terrorizza serve a misurare i “paletti” sociali, indagarli quasi sadicamente, e peccato se poi si scopre qualcosa di noi stessi che proprio non volevamo sapere. Soprattutto, questa esplorazione avviene sotto il tetto sicuro della finzione, dove si può sempre premere il tasto “pausa”, perché in fondo, “tranquilli, è solo un racconto”.
Non è forse rassicurante pensare che la realtà possa traumatizzarci, ma la narrazione inventata è la nostra scialuppa di salvataggio emotiva? Naturalmente, sì! E se la realtà è un’imboscata costante, l’autore si erge a scudo invisibile, smontando il terrore e rimontandolo come un puzzle che si possa guardare a piacimento senza perdere la testa.
Intelligenza Artificiale e terrore tecnologico: la nuova frontiera della paura
Come se non avessimo già abbastanza ansie, l’onnipresente tecnologia diventa l’ultimo capro espiatorio. Il telefono, il tablet, il computer: strumenti che ci inchiodano allo schermo e, ancora meglio, sono il “canale del male” ovvero l’anticamera dell’inferno personale. Geniale metafora dei nostri tempi, non c’è che dire.
Per carità, tutto molto razionale: la tecnologia è usata come ponte tra i vivi e i morti in quel capolavoro di narrazione che è Il segnale. Un colpo di genio narrativo per giustificare l’inspiegabile. Ma tranquilli, è solo “una sequenza di comandi” dietro all’AI: niente fantasmi hacker, specie necromantici che bypassino la logica umana. Tutto fa comodo credere a chi vuole l’idea di un portale magico, ma si tratta solo di meccanismi complicati, nulla di più.
Nel dialogo con questa nuova era, i social network finiscono nel mirino come regno assoluto della spettacolarizzazione. Qui si gioca con l’illusione, la menzogna e la fama istantanea, offrendo una distopia in cui l’adolescente medio non sa più dov’è finita la “realtà” e cosa sia “virtuale”. Naturalmente, i colpevoli sono gli adulti, gli autentici architetti di questa catastrofe digitale, che continuano imperterriti a nutrire un sistema che rifiutano solo di facciata.
Scrivere per non impazzire: confessioni di un moderno cantastorie
Scrivere non è solo un passatempo: è un’ancora di salvezza nella marea di pensieri che ci sommergono quotidianamente. Solo tritando il mondo con la propria creatività si può sperare di ricomporre un senso nella confusione, e magari far divertire o addirittura far riflettere qualcuno.
In sostanza, la scrittura è un’arte salvifica, una terapia personale per dare un’identità a chi la pratica. Raccontare orrori al prossimo per sentirsi un po’ meno male: un paradosso tristemente affascinante. Eccolo lì, l’umile autore è pronto a chiedere scusa per questo atteggiamento altruistico, ma con la faccia tosta di chi è sinceramente soddisfatto del proprio mestiere.



