Quando arriva il periodo dedicato alla festa di Sant’Agata, che a Catania si trasforma in un tripudio di barocco e fuochi d’artificio, la mente di Marisa Grasso Raciti non può fare a meno di tornare a quel derby con il Palermo del 2 febbraio 2007. Proprio diciannove anni fa, un giorno che per lei si è trasformato in un incubo da cui non si risveglia. Quel pomeriggio, tra i botti in onore della santa protettrice, lei guardava la partita in televisione insieme ai suoi due figli. Nel frattempo, il sindaco della città invocava lo slittamento dell’incontro, come se posticipare un evento calcistico potesse davvero tenere a bada la furia di una massa pronta a scatenarsi.
E così, tra uno spettacolo pirotecnico e l’altro, la festa si trasformò ben presto in una guerriglia urbana: fumogeni, scontri furiosi tra ultras e polizia, botte da orbi, camionette in assetto da guerra, luci lampeggianti e un bilancio che pareva uscito da un set di un film violento: settanta agenti feriti e altrettanti civili. La scena era da far venire i brividi, e lei, Marisa, con il cuore in gola, aspettava la fine di quel caos. Finché, sullo schermo, apparve la scritta che nessuno avrebbe voluto leggere: “Morto l’ispettore Filippo Raciti”. Un ispettore che non era altro che suo marito.
Due ultras rossoazzurri, condannati poi a sentenza definitiva ma ormai liberi dopo aver scontato la pena, ovvero Antonino Speziale e Daniele Natale Micale, avevano deciso di usare un sottolavello come arma per spappolare il fegato di Filippo. Trent’anni, due figli giovani, Alessio di otto e Fabiana quindicenne, e una vita spezzata senza possibilità di ritorno.
Marisa racconta con una freddezza che brucia: “L’altro giorno, vedendo l’agente aggredito a Torino, ho ripensato a mio marito e quel dolore è tornato, forte e acuto. Quelle immagini mi hanno fatto stare malissimo, specie alla vigilia dell’anniversario della sua morte. Filippo non ha avuto la giustizia che meritava, mentre i suoi colleghi continuano a essere umiliati, aggrediti e abbandonati.”
Lei è rimasta in quella stessa casa ad Acireale, alle porte di Catania, da cui il marito uscì una mattina in divisa, senza mai più rientrare.
“Più sbirri morti, più orfani, più vedove”: la gioia delle scritte a Palazzo Nuovo
Nel brillante caso di scuola delle manifestazioni protagoniste di una certa decadenza sociale, Palazzo Nuovo, sede dei dipartimenti umanistici dell’Università di Torino, si è svegliata sotto il segno dell’armonia e del dialogo: sviata da tre giorni di occupazione da parte di gruppi antagonisti, si è vista ricoperta da scritte al limite del genio linguistico come “Digos boia” e il poetico “+ sbirri morti, + orfani, + vedove”. Un vero inno al rispetto e all’amore civico, niente meno.
Marisa ha confessato cosa ha provato davanti a tanta raffinatezza:
“Ho rivissuto i giorni in cui vedevo mio marito tornare a casa, ferito, con la schiena rotta, la divisa strappata e sporca. Ho rivissuto il momento in cui metteva quella stessa divisa in lavatrice, intrisa dell’urina che gli avevano gettato addosso. Ho rivissuto la sensazione opprimente di sentirsi indifesi, fragili, e che tornare a casa sia questione di fortuna o sfortuna. Mio marito, quel giorno, ha ricevuto solo sfortuna. E io l’ho rivisto, nudo, all’obitorio, senza la sua divisa.”
La polemica che non si placa: sicurezza o show politico?
Con il governo che, come di consueto, tira fuori lo strillo del momento per mascherare l’immobilismo, è stato varato il nuovo Decreto sicurezza, che promette di sistemare tutto con una pigra stretta di mano alle regole. L’opposizione, con la consueta eloquenza, accusa il governo di usare l’episodio di Torino come trampolino per lanciar leggi-manifesto inutili e più pronte a fare scena che a risolvere problemi.
Interpellata, Marisa non si lascia certo andare a banalità da talk show:
“Misure di sicurezza? Certo che servono, ma solo la repressione senza un minimo di prevenzione è come cercare di tappare un vulcano con uno scotch. Bisogna lavorare sulle famiglie, scuole, insegnare un minimo di rispetto e dire no alla violenza. Io sono sopravvissuta a un dolore atroce con i miei figli, ma la società che vedo intorno è sporca, malata, violenta in maniera vergognosa, spesso da parte di giovani. Dove ha sbagliato lo Stato? In tutto. Lo Stato è debole, e io sono vittima di questa debolezza. Le istituzioni dovrebbero avere il coraggio di ammettere le loro manchevolezze.”
Ah, e giusto per non perdere l’occasione di dimostrare quanto siano programmati e bravi questi nostri amministratori, Marisa si domanda: “Quanti agenti erano effettivamente impiegati per quel corteo a Torino? Non sarebbe stato più sensato prevedere qualcosa anziché inseguire il problema con leggi che sembrano più slogan?”
Ma certo, il modo migliore per risolvere i problemi sociali è naturalmente ignorarli finché esplodono in violenza. Perché niente dice “famiglia forte” come lasciare che tutto si sgretoli e aspettare che lo Stato faccia da genitore assente ma severo. Ovviamente, se temete di alzarvi dal divano e affrontare la realtà, potete sempre aspettare un nuovo lockdown stile “allerta violenza”. Magari lo Stato vi ordinerà di restare barricati in casa, così potremo tutti perderci nell’arte del mandar avanti la vita senza alcuna protezione o speranza.
Il Pragmatismo da Precari Universitari
Non è forse illuminante che chi dovrebbe garantire l’ordine sia spesso protagonista di violenze peggiori di quelle che dovrebbe reprimere? Prendiamo il caso dell’Ice e dell’uccisione di due manifestanti a Minneapolis: un esempio perfetto di come chi sbandiera la legge tra le dita possa diventare un’icona del caos. Secondo qualcuno, però, “a volte va usata la forza”. Ah, che saggezza! Una giustificazione infallibile per ogni abuso, insomma. Ovviamente da qualche parte sulla Terra continuano a scorrere fiumi di perdono per chi si diverte a sparare ai civili, perché, come disse un giorno un filosofo da quattro soldi, “Esistono i buoni e i cattivi, ma in fondo siamo tutti peggiorati”. Commovente l’ottimismo.
Nel frattempo, i figli del “buono” della storia riescono miracolosamente a vivere, consapevoli che la vita ha poco a che fare con il sogno di seguire le orme di chi te l’ha rovinata. Alessio e Fabiana, perfettamente disincantati, si rifiutano di usufruire di quei privilegi pubblici che gli “spetterebbero di diritto”. Scegliere un’altra strada, nonostante tutto: già, a chi servirebbe coltivare il diritto al sogno? Sicuramente non a chi sopravvive grazie all’accidia dello Stato e alla beneficenza del volontariato.
Quei figli, senza rabbia e con il pietismo di chi ancora crede nella redenzione, vivono oggi con un gatto e tante notti insonni. E se vi state chiedendo se il volontariato in chiesa serva a reimpostare la realtà e a trovare conforto in un Dio che sembra ben assente, beh, vi darei torto. È l’unica consolazione rimasta in un mondo dove agli assassini passeggia il diritto e a chi li subisce resta solo il racconto.
La Lettera di Una Vedova che Ama le Discrezioni
Nonostante tutto, pare che la solidarietà abbia lo stesso tempo della solitudine: un equilibrio perfetto tra migliaia di lettere di sostegno e fiumi di insulti anonimi scritti sotto alle scuole o sulle pareti di quartieri dimenticati da Dio e dalla giustizia. La figlia dell’uomo caduto più che vittima sembra una testimone traumatizzata che si ritrova a convivere con l’ironia al vetriolo di un mondo che non solo non la invita a commemorare il proprio padre, ma se ne dimentica pure quando decide di intitolargli una via. Ovviamente, senza degnarla di un minimo di avviso. Normale amministrazione, si sa.
Diciannove anni dopo tutto questo teatro di ipocrisia, la vedova si definisce “una vittima”. Parola che forse non amava, ma che ha dovuto far sua, proprio mentre il mondo attorno continua a fingere che tutto vada per il meglio. La stessa parola che troppo spesso si usa per lavare la coscienza e dimenticare che qualcuno, da qualche parte, è rimasto con un’intera vita distrutta senza neanche il diritto a un invito per dire addio.



