Benvenuti nel magico mondo di Maria Antonietta e Colombre, alias Letizia e Giovanni, due quarantenni tipici delle non più giovani Marche, uniti da un amore che neanche una vita da rockstar indie potrebbe scuotere. Lei, fanatica delle icone sacre a tal punto da tatuarsele addosso, e lui, fan sfegatato di Dino Buzzati (già, proprio quell’autore di racconti a tratti ossessivi, da cui prende il nome), hanno avuto la splendida idea di venire a Sanremo per regalarci la loro visione spassosamente anti-accademica del “festival della canzone italiana”.
Nel loro ultimo album, Luna di Miele, compare la canzone più dissacrante di tutto l’Ariston: La felicità e basta. Una rockabilly maliziosa, leggera come una piuma, pronta a farti ripensare a quel concetto astratto chiamato “felicità”. Esattamente come loro la vedono: non una meta da raggiungere a suon di sacrifici, ma un colpo di fortuna da prendere al volo, tipo un incontro casuale, mica una maratona verso il premio finale. Più chiaro di così? Lei si presenta sul palco con le margherite ricamate sulle maniche indossate dalla leggendaria Nada, al suo debutto sanremese del ’69, mentre lui sfoggia il volto di Buzzati disegnato sulla maglietta da un’artista noto. Intanto, gli altri? Parlano di legami eterni, programmi di vita da consacrare a Dio, patria e famiglia. Ma loro? “Prendiamola come viene, con meno peso, meno elaborazione mentale, meno piani strategici da re del sacrificio. Bastano meno cose, meno convinzioni da portarsi dietro come un fardello. Questo è il nostro mantra”.
Ah, non dimentichiamoci del cane di lei, il vero eroe silenzioso: un animale che abbaia come una suoneria telefonica, perfetto per sconfiggere quelle ansie pandemiche che ci affliggono tutti.
Quando siamo felici? Spoiler: mai abbastanza
Maria Antonietta riflette con la grazia tipica di chi fa dell’autoanalisi un’arte:
“Siamo felici quando somigliamo a noi stessi, ammesso che sia possibile. Perché cambiamo sempre, tipo metamorfosi senza pause.”
Colombre risponde filosofico (o forse semplicemente caffeinomane):
“La felicità è fondamentalmente legata alla curiosità, ovvero a quanto vogliamo buttarci in nuove scoperte e avventure. Stare fermi equivale a invecchiare prima del tempo e a diventare patetici, nonché grigi come la nebbia di un mattino di novembre. Noi a Sanremo siamo esordienti, proprio perché mai prima d’ora avevamo osato fare una cosa simile. E quel verso apripista, ‘È più facile perdonarci, se tieni a mente siamo tutti debuttanti’, (eh già, come a dire, non siamo mica dei fenomeni) l’abbiamo scritto senza minimamente immaginare che quel palco lo avremmo calcato davvero.”
Ed effettivamente: cosa sapevate, ragazzi?
Colombre risponde candidamente:
“Assolutamente nulla. Tutto è nato da un karaoke di un amico, quando è partita ‘Messy’ di Lola Young, e qualcosa ha acceso una scintilla. A casa abbiamo trasformato quel fruscio in accordi, poi in melodia, e infine in canzone. Gli arrangiamenti? Un miscuglio magico guidato da Francesco Catitti, alias Katoo, che si è occupato della produzione. Lui arriva dal pop puro, un mondo lontano dal nostro indie liquido, ma insieme abbiamo fatto scintille.”
Ma da dove saltate fuori, voi due?
Maria Antonietta conferma la matrice:
“Siamo figli del cantautorato indipendente. E no, non è un dinosauro estinto.”
Colombre è più esplicito:
“Esiste ancora, eccome. Abbiamo imparato tutto da quella scena: senza le notti passate a suonare in posti improbabili, non avremmo mai sviluppato l’indipendenza artistica, quel talento di mischiare e contaminarsi senza perdere sé stessi. Uscire dai sentieri battuti non significa mollare il proprio io.”
E allora ha ancora senso parlare di “musica indipendente”?
Colombre non nasconde il suo disappunto con la smozzicata etichetta:
“Per me è stata troppo svuotata di significato e usata come etichetta commerciale. Per noi è sempre stato uno stile di lavoro: libertà assoluta, zero imposizioni, totale autonomia. Al contrario, vedo tanti artisti giovani che cercano qualcuno dietro le quinte a indicare la strada, a custodire l’immagine e correggere ogni passo falso. Noi? No, grazie.”
Insomma, Letizia e Giovanni a Sanremo ci portano il profumo di una libertà sgangherata, come una margherita tatuata sulle maniche o un cane che abbaia come una sveglia d’antan. Un messaggio che l’abbondanza di programmi televisivi da plastica e festival iper-studiati ogni tanto si dimentica, mentre è proprio nel “prenderla come viene” la vera rivoluzione.
I guai e gli errori? Li abbiamo sempre cercati con una dedizione quasi maniacale, perché non solo ti fortificano, ma ti regalano anche quella freschezza da bar sport indispensabile. Fred dei Father Murphy, incontrato a un festival indie – sì, proprio dove si ascoltano miracoli sonori come il Tago Mago – mi consigliava con la saggezza di un guru sbronzo di musica: “Vai sempre dritto”. E aveva ragione, è diventato un mantra incancellabile.
Chi ha fatto da timoniere nella carriera di Maria Antonietta? La risposta è fulminea: Davide Toffolo, assoluto punto fermo. Non da meno il buon Mirko Bertuccioli dei Camillas, o meglio, il dispensatore ufficiale di dischi da contrabbando. Dopo scuola, io e le amiche eravamo in fila al suo negozio per il rito sacro dell’acquisto musicale, armate di un innocente furto di timbri su tessera: ogni venti timbri, un disco free. Naturalmente, la nostra creatività nel barare fece infuriare il custode di quei vinili. Rubare, aspettare, barare sui timbri, tutto un percorso di formazione che mi ha cambiato la vita. Ah, l’educazione alla ribellione.
E la vita, allora? È davvero tutta ‘na favola o piange?
Risposta corale e vibrante: “Certo che è bella, diamine”.
Però, la domanda del secolo: è bella in sé o siete voi artisti che ci raccontate questa fiaba per farci digerire la realtà?
Maria Antonietta risponde con la profondità di uno stagno e la precisione di una lama: “Non credo sia nemmeno possibile distinguere tra realtà e costruzione umana. Anzi, sospetto che la costruzione umana sia più solida della realtà stessa. Importa davvero? Io dico di no. La vita è bella sia per come è, sia perché l’ho imparato dai libri e perché me lo hanno inculcato. Quando vedo chi proprio non ce la fa a starci bene, mi sento incredibilmente più fortunata e forse anche più furba.”
Carlo, più filosofico che mai, suggerisce un’immagine raccapricciante: “Mi ha colpito il suicidio di Monicelli. A mio avviso, l’ha fatto per puro spirito di curiosità: due opzioni – marcire a letto, da vecchio, in attesa del fatale colpo o fare un ultimo atto teatrale, spavaldo e doloroso. Ha sfidato la divinità, la sacralità della vita, quella roba della ‘vita sacra’ e ‘non toccare il tuo giorno’. Credo che, in fondo, si sia pure divertito.”
Il festival della leggerezza in tempi di apocalisse
Non vi fa un po’ senso suonare al festival dedicato a leggerezza e divertimento, mentre il mondo sembra un cupo copione di un film catastrofico?
Maria Antonietta rigetta subito il concetto di musica come mero intrattenimento: “La musica non è uno spettacolo a pagamento, ma contiene al suo interno tante cose, tra cui anche l’intrattenimento. Noi suoniamo canzoni che cercano di smuovere emozioni dentro chi ascolta. E sorpresa: le emozioni sono politiche. Le viviamo tutti. Ogni canzone, con o senza proclami, coinvolge. La musica non deve uscirsene con messaggi pregnanti per fare politica o risvegliarci. Lei fa tutto questo facendo risvegliare le nostre emozioni – ed è lì che succede la trasformazione, quella vera.”
Curiosi di sapere come hanno sedotto il temutissimo Conti? La risposta, sopra ogni aspettativa, è semplice: “Ha capito subito che noi non siamo la solita coppia con melodie zuccherose d’amore”. Geniale, una vera rivelazione.
E a chi azzarda il paragone con i Coma Cose? La battuta intelligente con cui Carlo liquiderebbe la cosa è una perla da sitcom: “Se proprio vogliono paragonarci a qualcuno, allora meglio associarci a Casa Vianello”. La sottile arte della modestia? O pura ironia fatta musica.



