Il colpo d’occhio sembrava uno schema sciocco da film, ma in realtà era un piano ben oliato. I raid notturni erano concentrati nei magazzini del Terminal 1, dove la banda agiva come una macchina da guerra: forzavano ingressi e persino muri, mietendo merce e soldi come se fossero raccolti in un mercato rionale. Il danno? Migliaia di euro, naturalmente, perché distruggere e depredare resta sempre la maniera migliore per contribuire al progresso economico locale.
Per muoversi con agilità e lasciare meno tracce possibili, usavano un’auto rubata, stupendamente teatro della loro noncuranza criminale dato che è stata ritrovata incidentata e abbandonata vicino a uno svincolo autostradale. Nulla dice “professionalità” più della macchina abbandonata in fretta e furia, vero?
Ma non è tutto rose e fiori nel mondo di questi eroi del crimine aeroportuale. C’è stato anche un episodio di rara gentilezza: il 18 gennaio, due membri della banda hanno deciso di spiccare il volo dalla sintonia del buon senso inseguendo un clochard approssimativo, con la brillante idea di aggredirlo brutalmente per rapinarlo del cellulare. Il valore morale è palpabile.
Le telecamere di videosorveglianza, sempre pronte a smentire l’idea romantica del ladro fantasma del cinema, hanno immortalato tutto e permesso un’indagine accurata che ha sancito la solidità del vincolo associativo tra questi artisti del furto. Uno di loro è stato scovato in flagranza a fine gennaio, mentre gli altri sono stati rintracciati e spediti direttamente in carcere, perché amenità come la giustizia esistono ancora.
Nel frattempo, il tribunale ha detto addio a una delle pedine femminili della banda, imponendo il divieto di dimora nel comune di Ferno. Già, perché non basta inchiodare solo dietro le sbarre: a volte serve pure la licenza di “non avvicinamento”, per sentirsi un po’ più al sicuro facendo finta che le cose non si ripetano.
La cronaca di un disastro annunciato
Chiunque abbia mai messo piede in un aeroporto sa che il caos è una condizione permanente, ma che questo caos venga accolto come fertile terreno di gioco per bande criminali seriali pare essere la ciliegina sulla torta dell’incapacità di controllo. Forzare porte e muri di attività commerciali in un posto dove la sicurezza dovrebbe essere all’apice dell’asticella mostra quanto poco servano le telecamere e le pattuglie, almeno fino a che non scatta l’epopea degli arresti.
Insomma, un fai da te delinquenziale condito da attacchi al più indifeso dei soggetti sociali: un clochard. Che non solo permette di valutare il livello morale bassissimo della banda, ma anche di ricordarci quanto sia faticoso mantenere un minimo di dignità in certi ambienti. Un esempio di come il “cronico problema sicurezza” sia molto più grave di quanto le comunicazioni istituzionali vorrebbero farci credere.
La brutta notizia? Queste persone riescono a imperversare per mesi prima di finire davanti a un giudice. La buona? La Polizia di Stato c’è, e sa come chiudere la partita. Bravi, servirebbe solo un po’ più di prevenzione e meno pompieri a intervento concluso. Ma tanto, chi è che vuole davvero cambiare le cose?



