Malinin scivola via dal podio dimostrando come si sbaglia un fenomeno

Malinin scivola via dal podio dimostrando come si sbaglia un fenomeno

A Milano, dove ci aspettavamo il salto più spettacolare della storia del pattinaggio, ci siamo ritrovati con una scena tutta umana: Ilia Malinin si è fatto fuori da solo. Una maledizione olimpica degna di un film horror gli ha spento gli entusiasmi e lo ha scaraventato fuori dal podio, proprio lui, l’“Dio dei quadrupli”, partito come un razzo ma atterrato dritto nell’anticamera della delusione.

La storia di Malinin sarebbe perfetta per Broadway: soprannominato “The Quad God” e con un vantaggio di punti quasi inarrivabile, il nostro eroe sull’ice rink si è sciolto come neve al sole, rincorrendo incertezza dopo incertezza. A furia di essere troppo sicuro di sé, ha finito per perdere la bussola e chiudere ottavo. Ottavo! Ben oltre il disastro previsto. Il trionfatore? Un kazako, Mikhail Shaidorov, che alla notizia della vittoria ha mostrato la faccia di chi si è appena ritrovato per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Incredulo lui, increduli anche gli spettatori.

L’argento e il bronzo finiscono sulle note giapponesi: Yuma Kagiyama (che ha studiato niente meno che con Carolina Kostner) e Shun Sato, entrambi con una faccia tra il divertito e il disperato, uno che ride e l’altro che piange come se fosse il finale di un dramma Shakespeariano.

Il silenzio cala come una pietra nel Forum di Assago, prima che i timidi applausi ricordino a tutti che si era assistito a qualcosa di speciale, anche se per Malinin è solo un surreale incubo. Quel momento gelido si taglia con un coltello, dalla schiena singhiozzante del pattinatore al più remoto angolo del palazzetto. Doveva essere la consacrazione da rockstar sul palco olimpico, con urla liberatorie e pose da divo, invece ci troviamo di fronte a un vecchio urlo degno di “L’Urlo” di Munch: uno sfogo che ammette senza mezzi termini di non essere pronto a un tale palcoscenico.

Per qualche attimo ritrova una parvenza di lucidità quando si congratula con Shaidorov, scambiandosi abbracci e qualche parola emozionata, ma poi cala di nuovo il sipario sulla sua delusione, la testa china, l’anima in pezzi.

In tribuna, a far da cornice a questa tragedia a stelle e strisce, presenziano Simone Biles, Jeff Goldblum e Nathan Chen, l’ultimo americano a portare l’oro nei quadri, giusto quattro anni fa. Malinin era la corona da mettere sul trono americano dopo un decennio.

A soli 17 anni aveva annunciato al mondo “io sono impossibile” dopo aver realizzato il primo quadruplo axel perfettamente bilanciato nella storia del pattinaggio.

Era il 2022 e con quella prodezza aveva mandato a farsi benedire le leggi della fisica pattinatoria fino a quel momento, considerando quel salto come “impraticabile”. Da quando, nel 1988, il canadese Kurt Browning piazzò il primo quadruplo, quella mossa sembrava uscita da un film di fantascienza. È diventata però una consuetudine dai Giochi del 2002, anche se il dibattito su quanto i quadrupli abbiano sterminato l’arte e la grazia nelle routine dei pattinatori continua come un’eco di un passato migliore.

Siamo arrivati al punto che rincorrere l’acrobazia ha trasformato questa disciplina in una gara di pura tecnica, dove l’emozione rischia di perdersi tra coefficienti, punti e voli millimetrici. Tutto si decide in frazioni di secondo mentre gli atleti si librano, letteralmente, a 77 centimetri da terra con una velocità che farebbe impallidire un pilota di rally. Malinin, invece, sembra venuto dal futuro con la sua velocità spaziale, roba che richiederebbe cinture di sicurezza anche per pattinare.

Ma non è solo la ginnastica supersonica a renderlo speciale. È lui, infatti, uno che si rivolge a tutta la Gen Z scivolando sul ghiaccio in ginocchio come i calciatori dopo un gol, un’immagine che ammorbidisce il distacco tra il pubblico generalista e il nerd del pattinaggio.

Il nostro protagonista ha impiegato tempo a innamorarsi della pista da ghiaccio, considerandola lontana dal suo mondo. Ora però tiene stretta tra le mani le chiavi per avvicinare questo sport a chiunque, anche a chi capisce poco della tecnica più sottile e dei punti assegnati.

Adesso deve solo ricalibrare le sue ambizioni. Facile a dirsi, impossibile a farsi, trattandosi di un talento che sconvolge le regole. Figlio di due ex pattinatori dell’Unione Sovietica, poi diventati cittadini uzbeki dopo il crollo del blocco sovietico e infine americani nel 1998, Malinin ieri ha scelto di lasciare a casa la madre, Tatiana Malinina, troppo nervosa, affidandosi al padre Roman Skorniakov. Quest’ultimo sostiene di essersi quasi svenuto alla prima impresa del figlio, figurarsi oggi, quando tutto il mondo lo guarda e lui si blocca.

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